venerdì 21 giugno 2024

notizie da Venezia e Trieste, settembre 2023

Care e cari,

ben trovati! Settembre è il mese delle cose che cominciano… molti studenti hanno iniziato a studiare italiano, partecipando ai nostri corsi a Venezia e Trieste.
Noi siamo felici e stiamo bene: il clima è piacevole, l’estate non è ancora finita e stiamo lavorando ai prossimi mesi e ai prossimi corsi,
in presenza e online.

Il brano scelto per questo mese è tratto da
Azzurro: stralci di vita, l’ultimo libro di Curzio Maltese, uno scrittore, giornalista e politico italiano che è mancato quest’anno, subito dopo aver terminato la scrittura di questa sua ultima opera.

Il libro racconta gli avvenimenti della vita dello scrittore che si intrecciano con la storia dell’
Italia contemporanea. Le espressioni culturali dell’Italia degli ultimi sessantacinque anni, come il cinema, la musica, il calcio, la politica, sono protagoniste assolute dell’opera di Maltese.

Vi lascio con questo testo che racconta un viaggio a bordo di una FIAT 500!
Un carissimo saluto da Carola e da tutto il gruppo di
Istituto Venezia!

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L’estate della mia vita è stata una vacanza con mia mia sorella, mia madre e la sua collega Isabella: una donna simpatica, allegra, una perfetta compagna di viaggio. Mia mamma aveva appena comprato la 500, un vero gioiello per noi. Mi ricordo come la guardavo, come la guardavamo tutti. Andavamo in Calabria, avevo 8 anni, fu un viaggio fiabesco. Non ho mai più provato quel senso d’avventura. […] Era l’Italia del boom, fine boom per essere più precisi. Un paese ancora ingenuo, allegro, rivolto al futuro, dove perfino i poveri potevano sentirsi felici. Ricordo una sosta di sera, ai bordi di una statale, per spiare una festa paesana in tutto e per tutto uguale a quella che anni dopo avrei visto al cineforum nel Sorpasso, con le camicie sgargianti dei contadini che ballavano il twist. Unica differenza, che qui si ballava Romagna mia di Raoul Casadei. Da quel viaggio tornai con una sete inestinguibile di sapere, mi feci regalare atlanti e cartine geografiche e imparai un gioco che so fare anche adesso, ma con una sciocca vergogna che allora era orgoglio: disegnare a occhi chiusi e alla perfezione i confini dello stivale. L’amore fisico, carnale, per la mia madre terra è rimasto la mia personale forma di patriottismo. […] Io volevo sempre sentire Azzurro con il mangiadischi arancione, non c’era la radio in macchina. La versione cantata da Adriano Celentano e scritta da un certo Paolo Conte, che allora non sapevo chi fosse. Per me era un capolavoro strano, che non capivo bene ma ricordo la sensazione che mi provocava, i brividi, la gioia. “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me, mi accorgo di non avere più risorse senza di te, e allora io quasi quasi prendo il treno…”, la felicità era conoscere e cantare questa canzone. Tutti insieme. Il coro dell’allegria.

o   fiabesco: simile alle fiabe, fantastico

o   ingenuo: senza esperienza, troppo semplice, sprovveduto

o   perfino: addirittura

o   spiare: guardare di nascosto

o   sgargianti: molto colorate, vivaci

o   inestinguibile: che non si può spegnere

o   sciocca: stupida, poco furba

o   stivale: nome che si usa per chiamare l’Italia, che ha la forma della calzatura (la Puglia è il tacco d’Italia, la Calabria la punta)

o   mangiadischi: giradischi portatile, lettore musicale tipico degli anni ’60 (e non solo)

notizie da Venezia e Trieste, agosto 2023

Care e cari,

ben ritrovati.
Il mese di agosto giunge al termine e ci stiamo preparando all’autunno che sarà ricco di corsi di lingua, arte, architettura e cucina a Trieste e Venezia (e anche online).
Speriamo che anche voi stiate bene e che stiate trascorrendo periodi felici!

Il brano scelto per questo mese è l’incipit de
La vita intima, l’ultimo romanzo di Niccolò Ammaniti, pubblicato quest’anno, che sta riscuotendo molto successo in Italia e che ha appassionato molti lettori.

Maria Cristina, la protagonista del romanzo, è una donna all’apparenza perfetta: bella, ricca e famosa. La storia racconta come dietro questa perfezione si nascondono ansie, paure, ossessioni e desideri. Questo romanzo è un viaggio che, intrecciando
fantasia e realismo, conduce alla scoperta della verità.

Sperando di avervi incuriositi, vi salutiamo affettuosamente e ci risentiamo il prossimo mese!
Un abbraccio da Carola e da tutto il gruppo di
Istituto Venezia!

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Questa storia inizia un mercoledì del decennio passato, sono le nove e quindici del mattino e Maria Cristina Palma sta facendo ginnastica. È impegnata in uno squat bulgaro, un esercizio che tonifica quadricipiti e glutei. Una gamba piegata indietro, una in avanti, flette il ginocchio fissando oltre i vetri della veranda la coltre opaca. Le polveri sottili che hanno costretto i romani a settimane di targhe alterne con la pioggia si sono abbassate. […]
Tra le colonnine della
balaustra s’intravede il lungotevere intasato di auto e più in là la sagoma sgraziata di Castel Sant’Angelo, evanescente nella foschia malsana della capitale. L’attico in cui vive Maria Cristina è uno di quei paradisi che la maggioranza della gente non sogna nemmeno tanto è inarrivabile. Oltre trecento metri quadrati a due passi da piazza Navona, in un palazzo neoclassico sorvegliato giorno e notte dalle camionette della polizia.
Il suo personal trainer, Mirco Tonik, un ragazzone di Francavilla al Mare, le sta raccontando che ha festeggiato il compleanno del fidanzato Michael Carmichael, un irlandese che traduce manuali d’istruzione di stampanti e router, in un ristorante vegano al Pigneto. Mentre l’allenatore
rimembra una parmigiana di melanzane da svenimento toglie un disco dal bilanciere e il peso all’estremità opposta dell’asta […] si sfila e finisce sull’alluce destro della donna, che caccia un urlo così potente da zittire la coppia di inseparabili* nella gabbia smaltata sopra le felci. La veranda, con le orecchie d’elefante nei vasi azzurri, la kentia e il pothos, […] le pulsa intorno come l’effetto speciale di un brutto film.


o   quadricipiti: muscoli delle cosce

o   flette: piega

o   veranda: balcone o terrazzo, coperto o semi-coperto

o   coltre: strato di nebbia

o   targhe alterne: questo meccanismo prevede la circolazione delle automobili a giorni alterni, in base all’ultimo numero della targa dell’auto (che può essere pari o dispari)

o   balaustra: elemento di protezione di un balcone o di un terrazzo

o   lungotevere: viale che corre lungo il fiume Tevere, a Roma

o   evanescente: sfumato, che scompare

o   foschia: goccioline d’acqua nell’aria, effetto simile alla nebbia

o   rimembra: ricorda

o   bilanciere: attrezzo che si usa in palestra per sollevare i pesi

o   alluce: dito più grande del piede

*l’espressione “la coppia di inseparabili” si riferisce, probabilmente a due pappagallini o uccellini in gabbia.

o   orecchie d’elefante: pianta con le foglie a forma di orecchie di elefante

o   kentia: pianta tropicale

o   pothos: pianta sempreverde e rampicante

notizie da Venezia e Trieste, luglio 2023

Care e cari,

speriamo che la vostra estate proceda al meglio. Noi stiamo bene e le nostre calde giornate sono intervallate da concerti, sagre ed eventi: sabato scorso abbiamo visto i bellissimi fuochi del Redentore!
Molti studenti stanno trascorrendo un periodo di studio con noi a
Trieste e Venezia, siamo molto felici 😊

Il brano scelto per questo mese è estratto da
Una di luna, il ventesimo romanzo di Andrea De Carlo. Questa storia comincia davanti la stazione di Venezia Santa Lucia e parla di Achille, ristoratore del sestiere di Castello, e Margherita, la figlia, che partono per Milano per vivere una nuova avventura, tra cucina, relazioni familiari e magia lunare.

Tante sono le storie meravigliose che iniziano a Venezia Santa Lucia e nelle
stazioni, in generale, auguriamo a tutti voi di viverne una molto presto!

A tutti voi un caloroso abbraccio, tanti saluti da Carola e da tutto il gruppo di Istituto Venezia!

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Dopo almeno un quarto d’ora che aspettavo sempre più nervosa sulla riva di pietra d’Istria smussata bianco-gialla subito a sinistra della fermata Ferrovia, la barca verde dei miei con mia madre al timone e mio padre seduto sulla panchetta centrale è finalmente arrivata, attraverso il traffico di vaporetti e barche cariche di scatoloni e fusti di birra e cemento e spazzatura, nell’acqua smossa color giada.
Mia madre ha tolto il gas a cinque o sei metri dalla riva e, anche se la sua espressione era vaga come sempre, ha fatto filare con precisione la barca tra i
pali di legno*. Mio padre è subito saltato in piedi, a gambe larghe per compensare l’ondeggiamento, si è aggiustato il cappotto blu, la sciarpa bianca. È alto un metro e cinquantaquattro, un uomo incredibilmente ostinato. Ha ottantasette anni, abruzzese di Pescocostanzo arrivato a Venezia sessant’anni fa, magro come uno stecco, capelli bianchi folti e dritti sulla testa, sopracciglia cespugliose bianche anche quelle, naso a becco che mentre crescevo ho sperato intensamente di non ereditare; pallido perché non gli piace l’aria aperta, pelle quasi trasparente alle tempie, occhi azzurri molto rapidi. Si chiama Achille. […]
“Siamo in ritardo” ho detto, nel tono più calmo che mi veniva. Ho preso la
cima che mi ha lanciato mia madre, l’ho tirata per avvicinare la prua alla riva. […] “Grazie tante, Margherita, lo so bene che siamo in ritardo!” ha detto mio padre. Ha una vera ossessione per la puntualità: se deve andare a un appuntamento con i suoi mezzi arriva in anticipo, se è lui ad aspettarti lo trovi innervosito anche quando sei in perfetto orario. Si è chinato a prendere la valigia, un po’ a fatica. Non gli piacciono quelle con le ruote, dice che sono da vigliacchi, e che oltretutto trolley non è un nome italiano, così ne usa una senza, anche se gli spezza le braccia. […]
Ho tirato ancora la cima, ho messo un piede sulla prua per facilitare la discesa. Anche a me essere in ritardo mette in uno stato di agitazione estrema: è una cosa che ho ereditato da lui, tra le tante. Però sono stata zitta, perché con lui una parola sbagliata può fare danni; mi muovo sempre sui
gusci d’uovo, con mio padre.
Mia madre si è girata a guardare il traffico nel canale, si è girata a guardare mio padre. Alta, elegante, vaga: è più giovane di lui di ventitré anni, veneziana come me (più di me). Porta ancora i capelli tagliati à la garçonne come quando ero bambina, forse uno dei motivi per cui me li sono fatta crescere lunghi appena ho potuto. Non sembra particolarmente italiana, con quelle proporzioni allungate, quell’ovale del viso, quell’
incarnato diafano, quel taglio leggermente obliquo degli occhi.

o   pietra d’Istria: pietra di colore avorio proveniente dalla penisola croata

o   smussata: resa meno spigolosa e tagliente

o   timone: organo di governo di una barca

o   spazzatura: rifiuti, immondizia

o   *sapevi che i pali di legno per indicare la via d’acqua e per ormeggiare le barche in laguna si chiamano bricole?

o   ostinato: testardo

o   stecco: ramoscello, si dice per parlare di una persona molto magra

o   a becco: naso simile al becco degli uccelli, con una grande gobba e la punta rivolta verso il basso

o   cima: corda della barca

o   prua: è la parte anteriore, “davanti”, della barca; la parte posteriore (o “dietro” si chiama poppa

o   chinato: piegato verso il basso

o   vigliacchi: codardi, senza coraggio

o   gusci d’uovo: muoversi sui gusci d’uovo significa relazionarsi con una persona in maniera prudente, attenta e misurata

o   incarnato diafano: espressione del viso sottile, delicata, angelica

notizie da Venezia e Trieste, giugno 2023

Care e cari,

ben ritrovati. Ci auguriamo che tutto proceda per il meglio. A Venezia e Trieste stiamo bene: tra una settimana comincia l’estate e il clima è molto piacevole!

Il brano scelto per questo mese è estratto dall’introduzione di
In altre parole, il primo libro scritto in italiano da Jhumpa Lahiri, professoressa e scrittrice. Lahiri paragona lo studio dell’italiano all’attraversamento di un lago: un’esperienza straordinaria. Speriamo che per tutti voi sia sempre così.

Vi auguriamo una buona estate, cari saluti da Carola e da tutto il gruppo di Istituto Venezia!

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Voglio attraversare un piccolo lago. È veramente piccolo, eppure l’altra sponda mi sembra troppo distante, oltre le mie capacità. So che il lago è molto profondo nel mezzo, e anche se so nuotare ho paura di ritrovarmi nell’acqua da sola, senza nessun sostegno.
Si trova, il lago di cui parlo, in un luogo
appartato, isolato. Per raggiungerlo si deve camminare un po’, attraverso un bosco silenzioso. Dall’altra parte si vede una casetta, l’unica abitazione sulla sponda. Il lago si è formato subito dopo la glaciazione, millenni fa. L’acqua è più pulita ma scura, priva di correnti, più pesante rispetto all’acqua salata. Dopo che ci si entra, ad alcuni metri dalla riva, non si vede più il fondo.
Di mattina osservo quelli che vengono al lago come me. Vedo come lo attraversano in maniera
disinvolta e rilassata, come si fermano qualche minuto davanti alla casetta, poi tornano indietro. Conto le loro bracciate. Li invidio.
Per un mese nuoto in tondo, senza spingermi al largo. È una distanza molto più significativa, la
circonferenza rispetto al diametro. Impiego più di mezz’ora per fare questo giro. Però sono sempre vicina alla riva. Posso fermarmi, posso stare in piedi se mi stanco. Un buon esercizio, ma non certo emozionante. Poi una mattina, verso la fine dell’estate mi incontro lì con due amici. Ho deciso di attraversare il lago con loro, per raggiungere finalmente la casetta dall’altra parte. Sono stanca di costeggiare solamente. Conto le bracciate. So che i miei compagni sono con me, ma so che siamo soli. Dopo circa centocinquanta bracciate sono già in mezzo, la parte più profonda. Continuo. Dopo altre cento rivedo il fondo. Arrivo dall’altra parte, ce l’ho fatta senza problemi. Vedo la casetta, finora lontana, a due passi da me. Vedo le distanti, piccole sagome di mio marito, dei miei figli. Sembrano irraggiungibili ma so che non lo sono. Dopo una traversata, la sponda conosciuta diventa la parte opposta: di qua diventa di là. Carica di energia, riattraverso il lago. Esulto.
Per vent’anni ho studiato la lingua italiana come se nuotassi lungo i bordi di quel lago. Sempre accanto alla mia lingua dominante, l’inglese. Sempre costeggiandola. È stato un buon esercizio. Benefico per i muscoli, per il cervello, ma non certo emozionante. Studiando una lingua straniera in questo modo, non si può affogare. L’altra lingua è sempre lì per sostenerti, per salvarti. Ma non basta
galleggiare senza la possibilità di annegare, di colare a picco. Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma.
Qualche settimana dopo aver attraversato il piccolo lago nascosto, faccio una seconda traversata. Molto più lunga, ma niente di faticoso. Sarà la prima vera partenza della mia vita. Questa volta in nave, attraverso l’Oceano Atlantico, per vivere in Italia.

o   sostegno: supporto, elemento che serve a sostenere

o   appartato: separato dagli altri

o   glaciazione: periodo climatico molto freddo

o   priva: mancante

o   disinvolta: a proprio agio, spontanea

o   bracciate: movimenti delle braccia

o   circonferenza: curva che chiude il cerchio

o   diametro: linea che unisce la circonferenza, passando per il centro

o   costeggiare: navigare vicino alla costa

o   sagome: profilo o forma di una persona o di una cosa

o   irraggiungibili: inaccessibili

o   sponda: riva

o   galleggiare: stare sulla superficie dell’acqua

o   annegare: sprofondare in acqua

o   colare a picco: andare rapidamente a fondo

lunedì 9 febbraio 2015

Silvio Testa, E le chiamano navi



Immensi scatoloni galleggianti passano per il Bacino di San Marco: sono bianchi, li chiamano navi, e in effetti lo dovrebbero essere, ma delle splendide navi di un tempo il Rex, il Conte di Savoia, l’Andrea Doria, la Cristoforo Colombo – hanno solo la funzione di portare passeggeri, tanti, il più possibile.
Queste navi non hanno né raffinatezza né buon gusto, sono ispirate ai casinò di Las Vegas, a bordo mantengono quel che promettono: una vacanza da villaggio turistico, scandita da spettacoli di stampo nazionalpopolare scimmiottati dalla tv e dai giochi degli animatori che riempiono le giornate degli ospiti in sandali e pantaloni corti, olezzanti di creme solari. Croceristi che sono parte di quei forse 30 e più milioni di visitatori all’anno che soffocano Venezia trasformandola sempre più velocemente nella cartolina kitch di se stessa, perché la Stazione Marittima, ormai, è una delle principali porte d’entrata di quel turismo “mordi e fuggi” che solo a parole le autorità dicono di voler contrastare.
La prima ragione della bruttezza di questi condomini galleggianti è l’essere fuori scala. Non hanno linea, sono alti oltre 60 m quando a Venezia l’altezza media delle case non supera i 15, e ciò altera ogni prospettiva e costituisce una vera forma di violenza. Turisti in numero infinito e navi smisurate riducono la città a contenitore buono per tutti gli usi, costi quel che costi.
I passeggeri, accalcati sui ponti più elevati per assistere allo spettacolo del passaggio in Bacino di San Marco, finiscono per guardare letteralmente dall’alto in basso la città, perdendo la cognizione che essa sia vera, fragile e bisognosa di rispetto, esattamente come succede ai visitatori dell’Italia in miniatura, quel parco tematico che piace così tanto agli ospiti di Rimini.
Moltissimi veneziani non le vogliono più e si mobilitano, in Facebook c’è anche un gruppo Fuori le maxinavi dal Bacino di San Marco, ma il bando delle grandi navi non può essere decretato solo perché sono brutte o diseducative. Esse, invece, sono dannose e pericolose per la città e per gli uomini, nonostante l’Autorità portuale si affanni a dire il contrario, forte di studi di parte che solo in pochi casi hanno avuto il contraddittorio di indagini indipendenti. Eppure, anche ad accontentarsi degli studi di parte ma a leggerli con attenzione, si capisce che le cose non sono così piane e tranquillizzanti come si vorrebbe far credere, e che il senso comune di quei tanti veneziani che chiedono l’allontanamento delle maxi navi ha ragioni ben fondate. Limitarsi a pretendere che le navi da crociera non passino più in Bacino di San Marco, accontentandosi di mandarle magari a Fusina, in gronda di Laguna, attraverso la bocca di porto di Malamocco, è però una proposta miope: equivale a nascondere la polvere sotto il tappeto, a tenere pulito il salotto buono lasciando al degrado il resto della casa. La Laguna non è altra cosa rispetto a Venezia,   l’una non può vivere senza l’altra e viceversa, e tenervi dentro le grandi navi significa perseverare in un disegno non più sostenibile, precludendosi per sempre la possibilità di ritornare indietro.
Chi vuole mettere mano in Laguna (letteralmente manomettere), ricorda sempre che essa è artificiale, ed è vero, ma per mille anni ogni intervento è valso a mantenerne l’equilibrio, mentre solo da poco meno di duecento anni la si sta scardinando per permettere al suo interno lo sviluppo di una “moderna” portualità. Nel 1901 la profondità media delle bocche di porto era di 7,5 m al Lido, di 9,5 m a Malamocco, di 4 m a Chioggia, mentre ora per permettere il passaggio di navi sempre più grandi le profondità hanno raggiunto i 12 m al Lido, i 17 m a Malamocco, i 9 a Chioggia.  Il mare non è più frenato nell’entrare in Laguna con le maree, ed anzi è velocemente portato fino al suo cuore dal canale Malamocco - Marghera (canale dei Petroli), largo più di 200 m, profondo dai 17 ai 12 m, rettilineo, lungo 14 km, scavato tra il 1961 e il 1969 a servizio del polo petrolchimico. Nel contempo, dal 1924 l’invaso della Laguna è stato ridotto con vastissimi interramenti per creare porto e aree industriali nella gronda e per costruire nel  1960 l’aeroporto di Tessera, col risultato che le maggiori quantità d’acqua che entrano violentemente trovano un bacino più piccolo di un tempo e tracimano. Provocano e aggravano, cioè, l’acqua alta.

scatoloni: grandi scatole
scandita: ritmata
nazionalpopolare: fenomeno della cultura che rappresenta la nazione
scimmiottati: imitare in modo goffo, semplice
turismo mordi e fuggi: tipologia che turista che resta in città poche ore
condomini: grandi edifici per abitare
accalcati: affolati
bando: mettere al bando, vietare
studi di parte: ricerche non obbiettive, che portano vantaggio al committente
gronda: area di contatto tra la laguna e la terraferma
bocca di porto: l'ingresso in laguna per chi arriva dal mare
precludendosi: (precludere) impedire, ostacolare
manomettere: guastare
scardinando: qui nel senso di rompere le regole
polo petrolchimico: area industriale sulla gronda dlla agna




giovedì 8 gennaio 2015

Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura




Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima. A volte molto prima. Quindici anni fa stavo tranquillo sul treno della vita, comodo, con i miei cari, le cose che conoscevo. All’improvviso Andrea mi scuote, mi rovescia le tasche, cambia le serrature delle porte. Tutto si confonde. Sono bastate poche parole: “Suo figlio probabilmente è autistico”.
La prima reazione è stata di incredulità: non è possibile, deve essere una diagnosi sbagliata. Poi ho cominciato a mettere insieme piccole cose, elementi che prima ritenevo insignificanti, e sbagliavo. Allora scoppia un uragano, due uragani, sette tifoni. Da quel momento sei nella bufera. Dopo la diagnosi, sono uscito, sono entrato in un bar e ho chiesto un bicchiere d’acqua, naturale.  Vuole dell’altro? La barista deve aver notato la mia immobilità.
“Lei sa qualcosa del ’autismo?”
“No”.
“Nemmeno io”.
Scrutavo il liquido, bevevo lentamente, come se l’acqua avesse potuto lavare i pensieri, trascinare ai reni il problema e dai reni fuori, via, lontano da me. Non funziona così. E come funziona?, avevo chiesto a Barnard. In paese tutti chiamavano ‘Barnard’ il medico di famiglia, e io con loro, per via delle sue fisime sul mal di cuore, sulle coronarie e altre faccende che non mi interessavano affatto. Quando stai bene, sta bene ogni singolo pezzo del corpo, cuore compreso.
“Funziona che la vita sta tutta sotto una grande curva a campana, con al centro disturbi comuni e ai lati stravaganze d’ogni sorta. La vita è diluita nel mezzo e troppo densa ai lati”.
“Non capisco”.
“La vita è imperfetta, ma ha una sua forza”.
Aveva ragione. La biologia ha una sua forza e fa crescere anche i figli affetti da autismo.


C’è chi dice che vivere con un figlio autistico significa sottostare a una specie di tirannia. Mi viene da ridere al pensiero di cosa accadrebbe al mondo se cadesse sotto il controllo di Andrea. Per prima cosa le settimane avrebbero un colore. Nella settimana del rosso via libera al commercio di carote, arance, pomodori. Sovvenzioni solo a questi produttori e blocco totale al a circolazione di camion con broccoli, verze e piselli. Ma quando arriva la settimana verde i negozi si riempiono delle verdure prima vietate, le casse d’arance vengono immediatamente rispedite in Sicilia e le carote infilate, una a una, nel terreno.
Naturalmente nel punto esatto da cui erano state tolte, che non si possono mica mettere carote provenienti dalla Francia su terra ferrarese.
Non ci sarebbe mai una settimana viola, peccato per i fan di prugne e melanzane.
Non potrebbe esistere il mezzo pieno o il mezzo vuoto, dilemma capace di tormentare i migliori intelletti: bottiglie e altri contenitori dovrebbero essere o vuoti o pieni e le penne o tutte con la punta dentro o tutte con la punta fuori, mai metà e metà, che poi una si rovina e una no. È un rischio che sarà evitato.
Sarebbe opportuno non indossare maglie o maglioni con la cerniera e, sbadatamente, tenerla leggermente aperta. Per favore, cerniere o aperte o chiuse. Inutile cavillare sempre se faccia caldo o freddo. Un po’ di decisione non guasta.
Nessuno si creda di poter mangiare una pizza tagliandola a fette, diciamo partendo da un punto qualsiasi e staccandone uno spicchio a piacimento: prima si mangia il bianco della mozzarella, poi il verde del basilico e alla fine, ma solo al a fine, la pasta con la salsa di pomodoro.
Ci sarebbe trecentossessantacinque volte all’anno la giornata del cioccolato.  Imposizione questa, forse, non del tutto sgradevole.

Chiunque sia in possesso di un termostato, o si consideri tale, non si aspetti benevolenza. O spenti o aperti al massimo: le mezze stagioni sono una rovina.
I campanili verranno dotati di un distributore automatico di bolle di sapone, ogni venerdì bolle di sapone a distesa per annunciare il fine settimana e ogni lunedì per festeggiarne l’inizio, fuochi d’artificio a Capodanno, nei solstizi ed equinozi e ogni qual volta le casse lo permettano.
Una tirannide con le idee chiare.
Un tiranno fragile, bisognoso di libertà. Per questo lo mandiamo a scuola da solo. Sono i suoi venti minuti d’aria, dieci all’andata e dieci al ritorno. Non avete paura?, ci chiedono.
Sì, ovviamente. Tutti i giorni. Però Andrea ha un tale sorriso, quando mette lo zaino in spalla e quando poi torna a casa, da compensare tutte le preoccupazioni. Perché essere liberi non è solo respirare e avere un cuore che batte, non basta.
Certo, la libertà non è mai gratis: abbiamo dovuto firmare assunzioni di responsabilità, un ragazzo autistico che va a scuola da solo è un bel problema, si capisce: per gli insegnanti, per i vigili, per la cittadinanza, per tutti gli automobilisti europei e i turisti lituani che passano di qua.
Era una sera di fine maggio, non riuscivo a dormire. Ricordavo un urlo di Andrea qualche giorno prima, dopo uno dei tanti inghippi: gironzolava per casa, ma terribilmente inquieto, gli ho chiesto cosa c’è, ho insistito, e lui stranamente mi ha afferrato per le spalle.
Mi ha fissato negli occhi come mai prima. Ha spalancato la bocca lasciando uscire un urlo che pareva aver attraversato un’infinita distesa di giorni. Mi è sembrato dicesse, mi pare di averlo sentito: non ci riesco, non ci riesco, non ci riesco…
E ha richiamato immagini del passato: un incidente, la moto che vola e poi l’urlo di Andrea a terra da qualche parte, davanti a me, la gente che accorre e mi impedisce di vederlo, la gamba destra tutta sghemba, la morfina, è un ragazzo autistico, le due ambulanze, lasciateci assieme, poi due letti d’ospedale, l’uno accanto al ’altro. Ce la siamo cavata, però quell'urlo di Andrea ogni tanto riemerge dai sogni, forse non era nemmeno dolore, forse era quel suo mondo strano che aveva trovato un’unica voce. Qualcosa gridava libertà e usciva raspando i polmoni e la gola.
Mi sono alzato, ho acceso il televisore, l’ho spento. Ho cincischiato con la radio. Ho aperto l’armadietto dove tengo le cartine stradali, le guide di viaggio. Ho steso sul tappeto una vecchia mappa del mondo, ho svuotato la mente ridisegnando i confini, Croazia, Slovacchia, Macedonia, Moldavia…
La mattina dopo, molto presto, Andrea era già sveglio e si aggirava in pigiama. Seguiva il perimetro del a tavola, sfiorava il divano, controllava la finestra del salotto. Ho cercato le ciabatte, senza trovarle. Ho capito che erano state al ineate perfettamente sotto la sedia del o studio. A piedi nudi ho calpestato una briciola di carta, poi un’altra, finché sul tavolo ho visto la pila di minutissimi pezzi, quel che restava della mia vecchia mappa. Frammenti infinitesimali di mondo che sarebbero finiti tra la carta da riciclare.


Andre, Andre, ho mormorato. Nessuno scatto d’ira. Niente.
Lui aveva quel o sguardo un po’ malinconico. Dai, il mondo cambia in fretta, e poi dovevo immaginarlo: spesso i giornali e le riviste vengono sminuzzati, Andrea lavora con una precisione invidiabile, come se lasciasse frammenti di parole a invisibili pettirossi che volano nel e nostre stanze.
Fra un mese finisce la scuola, cominciano le vacanze. I miei amici manderanno i figli ai centri estivi, troveranno l’offerta di una bella settimana verde sulle montagne casentinesi, li affideranno ai nonni, li porteranno con loro in campeggio, li lasceranno in un pezzo di giardino a dare calci a un pallone. Fanno bene, i ragazzi hanno bisogno di svuotare la testa e di giocare.
A me toccheranno le solite complicazioni: chi sta con Andrea, dove?, cosa gli facciamo fare?, quel a cosa sarà adatta a lui? Turni macchinosi, riempitivi, acrobazie per arrivare a settembre.
Ci si stanca, è umano.
Ogni volta che ti scontri con le difficoltà, ogni volta che ti rimbocchi le maniche per risolverle, è come comperare un biglietto, un piccolo biglietto che ti porti al a fermata successiva. No, quest’anno no. Se deve essere fatica, che sia per un’autentica avventura.
Siamo sempre in viaggio, anche quando aspettiamo che Andrea torni da scuola, quando lo rincorriamo tra la gente.
È arrivato il momento di prendere il largo. Adesso dobbiamo perderci.


L’idea di un grande viaggio ha cominciato a lavorare dentro, in silenzio. Come un virus.
Senza manifestazioni evidenti. Non sentivo il bisogno di un progetto dettagliato. Per Andrea le ore di ogni singolo giorno sono sempre un imprevisto: sarà così anche per me, e andrà come deve andare.
Una mattina sono andato incontro ad Andrea che tornava da scuola, con il suo passo veloce. L’ho visto arrivare e gli ho chiesto se gli sarebbe piaciuto fare una vacanza speciale. Lui s’è lasciato distrarre dai panni stesi nel cortile di una casa. È partito di corsa e ha cominciato a raggrumare le lenzuola, spostare le mollette, raddrizzare i calzini.
“Ce ne andiamo lontano?” chiedevo.
Mi ha guardato di sfuggita, e ha sorriso.


“Andrea, andiamo in America?”
“America bella”.
Lì, davanti a quei panni, riordinati come solo Andrea sa fare, mi sono detto: io e Andrea attraverseremo tutte le Americhe possibili e immaginabili, due o tre, quel e che incontreremo. Ce ne andremo a zonzo tutta l’estate, come esploratori.
Stazioni di servizio, rotoli di asfalto, pasti veloci, gente simpatica, gente che scappa, gente ai lati del a strada che ci saluta. Via, uno o due mesi, non ci fermeremo finché non saremo stanchi, di qualcosa ci stancheremo, oppure ci troviamo benissimo, magari è un gran posto per uno come Andrea con padre al seguito, sempre che non ci dicano: altolà, che siete venuti a fare? A portare scompiglio?, e che scompiglio portiamo, solo i pezzi di carta che Andrea lascia ovunque e le pance che gli piace toccare e i baci che distribuisce generosamente: va bene, staremo attenti, misurati, non daremo fastidio, America, cerca di essere tollerante!
“Sopporti Andrea con autismo” così mi ha scritto. Volevo capire come avesse preso quest’idea del viaggio e ci siamo messi, assieme al a mamma, davanti al computer. Da solo con me non scrive, è abituato al a presenza del a mamma.



  • autistico: disturbo neuro-psichiatrico che interessa la funzione cerebrale
  • reni: organi dell'apparato urinario
  • fisime: idee prive di fondamento, fissazioni
  • coronarie: le arterie che portano al cuore
  • tirannia: dittatura
  • sovvenzioni: aiuti economici
  • fan: sostenitori, amanti
  • sbadatamente: senza fare attenzione
  • cavillare: cercare pretesti per tirare in lungo una cosa
  • termostato: strunento che mantiene a temperatura costante un ambiente
  • solstizi: il 21 giugno e il 21 dicembre sono i solstizi d'estate e d'inverno
  • equinozi: il 21 marzo e il 21 settembre
  • assunzioni: dichiarazioni
  • inghippi: imbrogli, trucchi
  • sghemba: storta, non diritta
  • cincischiato: perdere tempo in lavori senza concludere nulla
  • scatto d'ira: attacco di rabbia
  • pettirossi: uccellino dal petto color rosso, arancione
  • raggrumare: mettere insieme in un mucchio
  • andremo a zonzo: andremo in giro

mercoledì 3 dicembre 2014

Wim Wenders, Fino alla fine del mondo





Wim Wenders, Opening scene di Fino alla fine del mondoDopo una festa in un palazzo a Venezia, Clare attraversa il Canal Grande in taxi. Siamo nel 1981.