venerdì 11 dicembre 2009

Giorgio Scerbanenco, Racconti

Giorgio Scerbanenco, Prova per scegliersi una ragazza.

Lui aveva undici anni, era come un uomo e aveva fatto le cose da uomo, le aveva detto di andare fino in fondo alla via di casa, dove c'erano i giardinetti, e aspettarlo lì; poi l'aveva raggiunta e avevano finto come le altre volte di giocare, ma in realtà lui sorvegliava l'arrivo del tram che fermava proprio davanti ai giardinetti e appena il tram era arrivato, di corsa erano saliti, il capolinea del tram era proprio alla stazione, e una volta saliti sul treno non li avrebbero ripresi più. Lei aveva dieci anni, era forse la più carina della strada dove abitavano, ma lui non si fidava, era uomo e d'istinto non si fidava delle donne, e voleva essere sicuro che non fosse una pappa molle. "Hai paura?", le chiese. Lei lo guardò quieta. "No", disse. Non sapeva di che cosa doveva aver paura, lui era il suo ragazzo e lei non poteva temere niente.
Scesero alla stazione, era il crepuscolo, a casa stavano preparando il pranzo e li attendevano. Egli andò alla biglietteria e finse di prendere i biglietti, aveva due vecchi cartoncini e glieli mostrò: "Siamo a posto, non andremo più a casa, a Genova prenderemo il piroscafo, c'è un marinaio che ci tiene di nascosto nella sua cuccetta", e stette a guardarla. La Silvia, che pure aveva undici anni come lui, l'Ilaria che sembrava così spavalda, la Dumbina che pure diceva le parolacce, quando aveva detto così, si erano messe a piangere, lì, tra la folla della stazione, per tornare tra le braccia della mammina.
Ma quella no. Alzò il viso quieto, inflessibile, pieno di fiducia in lui e disse inflessibile: "Andiamo". Egli le scompigliò i capelli, felice. "Era una prova", disse, "volevo vedere se hai fegato. Non voglio una ragazza pappa molle: torniamo a casa."


avevano finto (fingere): far credere
capolinea: ultima fermata diuna linea di trasporto
istinto: impulso naturale, carattere
pappa molle: persona senza carattere
quieta: tranquilla
egli: lui
finse passato remoto del verbo fingere
mostrò: passato remoto verbo mostrare
Piroscafo: battello
marinaio: uomo che vive sul mare
di nascosto: senza farsi vedere
cuccetta:posto letto
stette: passato remoto verbo stare
spavalda: arrogante, audace
parolacce:brutte parole
alzò:passato remoto verbo alzare
scompigliò: (scompigliare) mettere in disordine
hai fegato hai coraggio

Mario Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo


Mario Rigoni Stern, Le stagioni di Giacomo

Un libro poetico per l’intensità dei ricordi e delle descrizioni della vita semplice e ricca nell’animo, faticosa e dura nel corpo. Un libro di piccole storie quotidiane della comunità dell’Altopiano, dove il calore del fieno, le vigilie di Natale, le estati profumate fanno da contrasto con le macerie di una guerra appena terminata.


Sono passato e non c'era nessuno. Silenzio attorno e dentro le case. Lontano si sentiva abbaiare un cane e nel cielo gracchiare una coppia di corvi. La neve era arrivata bassa, fin sopra il Moor, ma anche se era freddo i camini non fumavano. Tutte le porte erano ben serrate, chiusi gli scuri alle finestre.
Ricordavo chi abitava qui porta per porta perché da ragazzo venivo quassú dal paese per giocare con il mio compagno di banco. Ricordavo dove erano le vacche, dove i cavalli, l'asino. E gli orti ben coltivati, e la fontana da cui sgorgava un'acqua freschissima: prima bianca, poi limpida dopo che l'aria incorporata svaniva dalla superficie del bicchiere.
Nella casa piú vecchia e piccola la porta era socchiusa. Forse era entrato qualcuno a vederla con l'intenzione di comperarla e ristrutturarla come casa per le vacanze; ma poi, sentito quanti erano i proprietari sparsi per la Fran­cia, Americhe e Australia, aveva abbandonato l'idea. O forse a entrare saranno stati quei giovani di passaggio che non si sa da dove vengono e dove vanno. Avranno forzato la porta per passarvi la notte, ripartendo la mattina dopo.
La porta non ha vetri ma tavole d'abete inchiavardate, non ha serratura con chiavi o catenacci ma una maniglia fermata da un paletto e dal filo di ferro a un chiodo infisso tra le pietre del muro. Sono entrato dopo aver bussato e chiesto permesso. Il silenzio e la penombra erano carichi di ricordi che sembravano chiedere la parola.
La piccola finestra che guardava a mattina non mostrava piú il paesaggio perché bardane e ortiche cresciute all'esterno impedivano la vista. Si vedeva solo un pezzo di cielo.
Sul focolare annerito restava un po' di cenere compatta e dura, simile a quella che rimane in fondo ai sepolcri. Il pavimento era cosparso di riviste con tanta pubblicità e donne nude ma, rimuovendole con un piede, sotto affioravano ramoscelli secchi e qualche foglia di faggio. C'erano ancora l'acquaio in pietra, i ganci dove appendere le secchie di rame per l'acqua, le scansie a vista dove venivano riposte stoviglie e posate. Mancavano la stufa da trincea che era stata recuperata da un ricovero austriaco, le quattro sedie, la panca e il tavolo. Il posto del tavolo mi ricordava che lí sotto, per la botola, si scendeva nel vano dove venivano riposte le patate, i cavoli agri, il lardo e i salumi dopo che si erano asciugati. Verso il soffitto di tavole e travi, basso per tenere il calore e nero per il fumo, saliva la scala di legno per le stanze sovrastanti. Erano piccole, scure, con finestre minuscole che dagli spessi muri guardavano a mattina, verso il bosco.
La Grande Guerra non aveva distrutto del tutto questa contrada; non l'aveva rasa al suolo come le altre vicine. Stranamente era rimasta in piedi anche se era stata sotto il tiro di tutte le artiglierie, anche se era stata abbandonata, ripresa e ancora abbandonata da Italiani e Austroungarici. Forse perché qui c'erano degli ospedaletti da campo, come dimostravano i tre cimiteri dove erano stati sepolti quattrocento soldati italiani? Queste vecchie case erano state solo saccheggiate e incendiate: i muri erano sempre quelli da secoli, come anche le grosse travi di larice che il fuoco aveva solo carbonizzato in superficie.

Adesso, da una trentina d'anni, le sette porte della contrada si aprono solamente quando i cittadini salgono dalla pianura per fare vacanza. I discendenti di coloro che le avevano costruite con le pietre scavate dalle montagne e con i tronchi scelti nei nostri boschi, che le avevano riparate nel 1920, che qui avevano iniziato o terminato la loro vita, o che da qui erano partiti per luoghi lontani di lavoro, o per guerre, non ci sono piú. Non si accendono focolari ma si fanno le grigliate all'aperto bruciando salsicce sui barbecue nei fine di settimana. Gli orti sono diventati parcheggi. Anche la fontana non c'è piú: impediva la manovra alle automobili. Tutto è cambiato. È molto lontano quello che era vivo dentro questa casa, rimasta vuota di tutto e piena di silenzio. Qui era nato e vissuto fino ai vent'anni il mio compagno di banco.



compagno di banco: il bambino che siede vicino quando si è a scuola
vacche: mucche
forzato: aperto con la forza
inchiavardate: inchiodate
catenacci: grosse catene
bardane: erbacce
sepolcri: tombe
acquaio: lavandino
secchie: secchi
scansie: ripiani
trincea: fossa scavata che protegge i soldati durante la battaglia
botola: apertura nel pavimento che permette di passare in un locale sotterraneo
contrada: città, sobborgo
saccheggiate: derubate
carbonizzato: bruciato
grigliate: quando si cuoce la carne sulla griglia all'aperto


martedì 8 dicembre 2009

Chi lo traduce dal veneziano all'italiano?




Santa Marta, Ska J

So Venessian, Venessian da Santamarta
la prima a sinistra co ti vardi su 'na carta
so 'nda abitar in calle de la minestra
vedo Marghera co verzo la finestra

Mi stago al vintisinquantaquatro de Santamarta
vintisinquantaquatro de Santamarta
mi stago al vintisinquantaquatro de Santamarta
vintisinquantaquatro de Santamarta

Go le careghe trovae su le scoasse
ve assicuro che non so un tipo di classe
tanto par dir mi so nato povareto
quaranta ani ma dormo soto el teto

'Desso ve conto na storia che xe vera
xe nato in Baia ma desso sta' a Marghera
se la lengua tagia piu' in fondo de un cortelo
eo xe poeta ghe toca far el bidelo

giovedì 3 dicembre 2009

Dente, Vieni a vivere




A nido d’ape o a lisca di pesce facciamo una casetta tutta come ci va.
Mettiamo un letto sul pavimento che al mal di schiena ci pensiamo nell’aldilà.
Prendiamo tutti gli accorgimenti, la testa a nord, le gambe 10 gradi a sud-est.

Vieni a vivere come me, vieni a vivere come me, vieni a vivere come me.
Com’è che non ti muovi? Com’è possibile?

Poi fumiamo le sigarette che a casa nostra non ci vengono mamma e papà.
Mangiamo tutte le scatolette, beviamo birra, andiamo a fare la spesa al discount.

Vieni a vivere come me, vieni a vivere come me, vieni a vivere come me.
Com’è che non ti muovi? Com’è possibile?

Mettiamo un disco sul giradisco, baci in cucina, baci in sala, baci in garage.
Facciamo 120 bambini tutti con dei nomi molto particolari,
così gli canto una canzone,
di quelle belle che li fanno addormentare.

Vieni a vivere come me, vieni a vivere come me, vieni a vivere come me. Vieni a vivere come me, vieni a vivere come me, vieni a vivere come me. Vieni a vivere…

mercoledì 2 dicembre 2009

sequenze di film a venezia




Pane e tulipani
di Silvio Soldini (1999)


Rosalba è una casalinga pescarese, madre di due adolescenti e moglie di Mimmo, titolare di una ditta di idraulica, alquanto grossolano ed infedele. Tornando a casa da una gita con famiglia ed amici in torpedone a Paestum, Rosalba viene dimenticata all'autogrill. Decide di far ritorno a casa utilizzando un passaggio in auto, ma il viaggio fornirà l'occasione per una fuga improvvisata verso Venezia. Nella città lagunare la donna, rimasta presto senza denaro, verrà ospitata da Fernando, un cameriere islandese in un piccolo ristorante che parla però un italiano forbito, colto e letterario, e stringerà poi una tenera amicizia con Grazia, una massaggiatrice olistica, vicina di casa di Fernando. Rosalba trova lavoro presso un piccolo negozio di fiori gestito da Fermo, un anziano anarchico e bisbetico che verrà conquistato dai modi discreti della donna. Mimmo non tollera la lunga assenza di Rosalba e decide di indagare assumendo un investigatore, ma, in vena di risparmi, non si rivolge ad un professionista bensì a Costantino, un giovane volenteroso che si era presentato presso la sua ditta in cerca di un impiego come idraulico. Costantino parte per Venezia dove cerca di porsi sulle tracce di Rosalba fingendosi idraulico ma incontra invece Grazia, di cui s'innamora istantaneamente di un amore ampiamente corrisposto. Nel frattempo Rosalba è attratta sempre più dalla personalità delicata, romantica e misteriosa del discreto cameriere, e tra i due si intensifica un rapporto fatto di piccoli gesti quotidiani e di tenere attenzioni. La vita di Rosalba, lontana da casa, sembra ritrovare una dimensione nuova e la donna riscopre interessi, spazi, rapporti che sembrava aver dimenticato, fin quando irrompe sulla scena l'amante di Mimmo, amica di famiglia, che piomba a Venezia per riportare finalmente a casa Rosalba, in quanto anche lei stanca di occupare quegli spazi e quei ruoli lasciati vacanti dalla moglie del commerciante. Rosalba torna a Pescara e scopre un mondo per nulla modificato dalla sua assenza, desideroso solo di riprendere la squallida routine interrotta dalla sua assenza. Fernando, rimasto solo a Venezia, prende finalmente coscienza del legame che lo unisce a Rosalba e con l'aiuto di Costantino e Grazia intraprende un viaggio che si concluderà con il ritorno definitivo di Rosalba a Venezia, accompagnata questa volta dal figlio minore, l'unico con il quale condivide affinità e sentimenti e che l'assenza materna aveva lasciato in uno stato di silenziosa. sofferenza.

pescarese: della città abruzzese di Pescara
torpedone: bus
autogrill: bar che si trova lungo l'autostrada
fordito: elegante
bisbetico: irascibile, nervoso
In vena di risparmi: con desiderio di risparmiare
irrompe: entra in scena

piomba: arriva all'improvviso
vacanti: liberi
intraprendre: comincia

sequenze di film a venezia



Venezia, la luna e tu è un film del 1958 diretto da Dino Risi.

Bepi, di professione gondoliere, fidanzato con Nina, non rinuncia alle sue avventure con le turiste, che ogni giorno trasporta nella sua gondola. Nina, sempre più gelosa del suo infedele fidanzato, cerca di vendicarsi, tornando a frequentare un suo antico spasimante, Toni, sino a quando Bepi rimane incastrato con due turiste americane che lo vogliono sposare.

Nina si convince a sposare Toni, più fedele e rassicurante; nel frattempo Bepi riesce a liberarsi delle due aspiranti mogli, ma ormai è convinto di aver perso definitivamente la fidanzata, si reca alla chiesa dove sta per celebrarsi il matrimonio, apprendendo con gioia che Nina non ha pronunciato il fatidico sì! Poi la riconciliazione di Nina con Bepi, il matrimonio e la vita familiare, con Nina che non smette di seguire il marito nel tentativo di vietargli ulteriori tradimenti.

spasimante: innamorato

incastrato: coinvolto contro la sua volontà

aspiranti: che vorrebbero diventare

fatidico: sopsirato, che è stato difficile da raggiungere

riconciliazione: pacificazione

martedì 1 dicembre 2009


la bicicletta di massimo sul tram de opicina