mercoledì 8 giugno 2011

Vincenzo Pipino

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Aveva appe­na 6 anni, Vincenzo Pipino, detto En­cio, quando il resto del mondo decise di chiuderlo fuori per sempre, mettendo fra sé e lui porte blin­date a cinque manda­te, impianti d’allarme, telecamere di sorve­glianza, fotocellule, vetri antisfondamento, grate. Il fattaccio accadde nella scuola ele­mentare Armando Diaz, durante la ricrea­zione. «Noi, figli dei poveri, denutriti, bra­ghe corte e geloni sulle mani, eravamo in ulti­ma fila, perché il maestro riservava i primi banchi ai figli dei sióri che lo riempivano di regalini», e a Venezia, per antonomasia la cit­tà dei «gran signori», ce n’erano tanti anche allora di sióri , oh se ce n’erano. «Il capoclas­se, rampollo di un farmacista del sestiere Ca­stello, veniva in aula col cestino della meren­da pieno d’ogni bendidio. Quel giorno ad­dentò per ultima una mela. Io avevo un buco nello stomaco grande così. Gli chiesi: vànze­me almeno el rosegòto, avanzami il torsolo da rosicchiare. “Toh, se lo vuoi, raccoglilo”, rispose con disprezzo, e lo gettò sul pavimen­to. Non ci vidi più. Gli saltai addosso. Finen­do a terra, si morsicò la lingua. Il sangue gli zampillava dalla bocca. Mi espulsero a vita dalle scuole di ogni ordine e grado».

In realtà stavano per rinchiuderlo all’Istitu­to medico psicopedagogico, «un nome che ancora oggi mi fa venire la pelle d’oca», ma sua madre Cesira tanto brigò per sottrarlo a quella sorte infelice che alla fine riuscì a tro­vargli un lavoro ancora più infelice: aiutante in un’agenzia di pompe funebri nei pressi di Santa Maria Formosa. «A 8 anni tutto il gior­no tra morti da vestire e bare da spolverare. Dica un po’,lei avrebbe resistito?».Poi garzo­ne di pasticceria: «Dal banco il titolare mi or­dinò: “Fischia!”. E io non ci riuscii, perché avevo la bocca piena. Dovevo pur sfamarmi. Piombò in laboratorio, mi massacrò di botte e mi cacciò». Poi apprendista fotografo. Poi... Poi la strada diventò la sua scuola. Dicia­mo pure l’università: 3.000 furti tra musei e abitazioni private; 50 gioiellerie svaligiate; una media di 30 quintali d’oro (che lui chia­ma polenta per via del colore) rubati ogni set­timana in giro per l’Eu­ropa, «a quel tempo va­leva 370 lire il grammo, ne avevo talmente tan­to che ero costretto a darlo in conto vendita». E una quindicina di ar­resti, di cui tre in flagran­za di reato («mai in Ita­lia, due volte a Losanna e una a Düsseldorf»), 300 denunce, 15 con­danne, un’evasione spettacolare da un peni­tenziario svizzero del Cantone di Vaud.

La sua specialità era­no le collezioni d’arte. Non c’è dimora storica affacciata sul Canal Grande o su piazza San Marco che sia stata in grado di resistergli. Non c’è santuario del bello che non sia riusci­to a violare, a comincia­re dal Palazzo Ducale, primo e unico ladro nel­la storia a espugnarlo, per finire col museo Correr. Sulla galleria privata di Peggy Gug­genheim mise le mani addirittura due volte nello stesso anno, il 1971, prima a febbraio e poi a dicembre, sempre assistito dalla batteria, come la chiama lui;i set­te uomini d’oro, come li chiamavano allora i cro­nisti di nera suggestio­nati dal­film di Marco Vi­cario con Rossana Pode­stà. Perché servono dei complici - Gino, Pòpe, Cippo le Tabarin, Marcian, My Bob e Antoine de la Rose - quando devi trafugare 15 dipinti al primo giro e 17 al secondo, «lei non ha idea di che cosa significhi portarsi via sotto il braccio un Picasso, un Magritte, un Balla, un Kandinskij, un Braque, due De Chi­rico, due Klee, due Malevich, due Ernst, due Moore...».

Eppure nessun capolavoro è mai uscito da Venezia. Al massimo è finito sepolto per po­chi mesi in un campo a Chirignago, 15 chilo­metri, lungo la strada Miranese. «Ho sempre restituito tutto, e perfettamente integro, ma­gari in cambio di un piccolo contributo», vol­garmente detto riscatto. «La questura ci face­va la sua bella figura e noi mangiavamo. L’im­portante è che i tesori della città non andasse­ro perduti. Se il patrimonio artistico della Se­renissima è ancora al suo posto, ruberie di Napoleone a parte, lo si deve all’amorevole vigilanza che il qui presente Pipino Vincen­zo esercita da sempre. Finché avrò respiro, malavitosi foresti qui non ne arriveranno».

Il ladro più onesto d’Italia sintetizza la sua vita così: «Sono rimasto in prima elementare per mezzo secolo». Destino segnato quando ti capita di nascere in calle Malatin, sinoni­mo toponomastico di pellagra, rachitismo, pediculosi. Ha imparato a leggere e scrivere in galera. Il tempo non gli è mancato: su 67 anni di vita, 25 li ha passati dietro le sbarre, avendo come compagni di detenzione gli Strangio, i Graviano, Francis Turatello, Mi­chele Zaza, Valentino Gionta e Vincenzo Sca­rantino, il pentito della strage di via D’Ame­lio in cui morì il giudice Paolo Borsellino, ma anche il professor Toni Negri, che è rimasto suo grande amico, e Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse. E quelli che non ha conosciuto dentro, li ha frequen­tati fuori: Enrico De Pe­dis, detto Renatino, il ca­po della banda della Ma­gliana oggi sepolto in una chiesa di via della Conciliazione; la sua amante Sabrina Minar­di; il suo braccio destro Danilo Abbrucciati; An­tonio Spavone, detto ’O Malommo, che guidava la camorra prima di Raf­faele Cutolo. Ma senza mai possedere un’ar­ma, senza mai non dico torcere un capello ma anche solo farsi vedere dalle sue vittime. Pipino è sposato dal 1968 con Carla. «Pur­troppo mia moglie non poteva avere figli. Però abbiamo cresciuto tanti nipoti perbene: uno vice­direttore di banca, uno laureato in scienze poli­tiche, una proprietaria di un’agenzia di viaggi».

Suor Pierina,l’angelo cu­stode dei reclusi nel car­cere veneziano di Santa Maria Maggiore, gli fece conseguire il diploma di terza media con un esa­me cumulativo, senza bi­sogno di frequentare le lezioni. Adesso Encio, autodidatta coltissimo e un po’ filosofo,è diventa­to scrittore. Ha pubblica­to Rubare ai ricchi non è peccato ( Edizioni Biblio­teca dell’Immagine) e dalle pagine di Face­book dispensa trucchi del mestiere e consigli di vita. Quello che gli sta più a cuore è rivolto ai giovani e vuole dettarlo qui: «Allontanate­vi. Non imitatemi. Non fate la mia vita: quan­do starà per finire, come ora succede a me, vi accorgerete di stringere fra le mani un affet­tuoso e intimo nulla».
Che cosa vuol dire nascere a Venezia?
«È un privilegio. Abito alla Giudecca. Se mi dicessero di traslocare altrove, morirei. Ol­tre il ponte della Libertà c’è solo campagna. Compresa Parigi».
Come si diventa ladri?
«Per necessità. Strada facendo si trasforma in virtù. La mia generazione ha sempre ruba­to onestamente. Non ho mai tenuto in tasca neppure un temperino. Una volta andai a ri­pulire la casa di una nobildonna veronese, Bianca Bevilacqua mi pare che si chiamas­se. Nella cassaforte trovai un plico con scrit­to sopra: “ Da aprire solo dopo la mia morte”. Un malvivente qualsiasi l’avrebbe aperto su­bito, chissà che cosa poteva contenere. Io in­vece lo lasciai intatto. Da ciò la contessa de­dusse che fossi un ladro gentiluomo e fece pubblicare un’inserzione a pagamento su tutti i giornali d’Italia,offrendomi 15 milioni di lire in cambio della refurtiva. Purtroppo i gioielli erano già stati venduti, altrimenti glieli avrei restituiti volentieri. In particolare due grossi orecchini con diamanti e smeral­di li vedo indossare da una famosissima attri­ce italiana ormai avanti con gli anni».
Ricorda la prima cosa che ha rubato?
«Un bidone del latte da 50 litri. Non era faci­le, a 8 anni, farlo rotolare fino in calle Mala­tin. Ad attendermi c’erano tutte le mamme, compresa la mia. Da quel giorno assicurai il rifornimento gratuito ai poveri del sestiere. Il bidone d’alluminio lo schiacciavo e lo ven­devo a un robivecchi di calle de la Pegola. Finché quattro poliziot­ti non mi aspettarono al varco. Fui portato in questura e bastonato. Allora funzionava così: ti pestavano. Ormai ero segnato a vita».
Avrebbe potuto cam­biare vita.
«Che cosa fa il procio­ne? Si gratta e ruba. Lo arrestano il procione? No. E allora che colpa ne ho io se provo questo continuo prurito alle mani? Da fornaio porta­vo il pane all’Arsenale. Vidi la cambusa aperta e mi caricai un sacco di zucchero nella gerla, sa­ranno stati 30 chili. La guerra era finita da po­co, lo zucchero si vende­va a grammi, come la droga. “Semo sióri!”, esclamò mia mamma, una veneziana molto pratica, vedendomi ar­rivare. Alla sera rincasò mio padre Antonio, pu­gliese tutto d’un pezzo di San Nicandro Garga­nico. Mi chiese: “Chi te l’ha dato?”. L’ho trova­to, risposi. Immaginar­si se potevo farla a lui, un nocchiere. Sul sacco c’era stampigliato “Ma­rina militare”, ma io non me n’ero accorto, perché non sapevo né leggere né scrivere. “Adesso lo riporti dove l’hai rubato”, mi ordi­nò. Mia nonna Nene si sedette sul sacco: “Eh no, el zùcaro no’ va fora de qua!”».
Il primo colpo grosso a che età?
«A 14 anni. D’estate ci infilavamo sotto i ca­panni del Lido e bucavamo col trapano le as­si del pavimento per sbirciare Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Marisa Allasio che si spo­gliavano. Uscivamo da lì sotto alle 8 di sera con gli occhi fuori dalle orbite. D’inverno mi venne un’idea: svitare le assi in modo da po­­terle sollevare nella bella stagione mentre i bagnanti erano stesi al sole. Dai portafogli ri­gonfi portavo via solo un po’ di soldi, quanto bastava per comprarmi i primi jeans da Vitta­dello. Un’estate adocchio un americano che esce dall’hotel Des Bains con la famiglia. Ave­va un rotolone di dollari nel taschino della camicia. Corro alla Standa, acquisto un paio di bermuda e raggiungo a nuoto la spiaggia dei miliardari, per non dare nell’occhio. At­tacco bottone con John, il figlio scemo del­l’americano, lo invito a giocare a calcio, do­po un po’ un tiro finisce dritto nel capanno. Con la scusa di recuperare il pallone, mi fion­do dentro, rubo dalla camicia tutti i dollari, m’infilo il malloppo nelle mutande, poi fin­go un attacco di cacarella e me la svigno. Sa­ranno stati 200.000 euro di oggi. Il capo della Mobile, Angelo Sciuto, andò a colpo sicuro. Sospettava da tempo che il predone del Lido fossi io. Mi ritrovai a passare la notte nel car­cere minorile delle Zattere. L’indomani ven­nero tre poliziotti a interrogarmi. Uno di loro cominciò a spegnere il suo sigaro sul mio cor­po, ho ancora i segni delle bruciature sulla pancia e sull’inguine, vuole vederli?».
Lasci perdere. Continui.
«Io urlavo per il dolore, ma non confessavo. Non volevo arrecare questo dispiacere a mio padre. Sette mesi di galera».
E una volta scarcerato?
«Una trentina di colpi in giro per l’Europa. La banda del buco l’ho in­ventata io, insieme con i miei complici, altro che Peppe er Pantera, Tiberio, Ferribotte e Ca­pannelle dei Soliti igno­ti di Mario Monicelli. Si sceglieva un apparta­mento momentanea­mente disabitato sopra una gioielleria, si toglie­vano le mattonelle aven­do cura di non far cade­re i calcinacci giù di sot­to e poi si aspettava la pausa pranzo, quando i preziosi non vengono chiusi in cassaforte. Con questa tecnica demmo l’assalto all’ore­f­iceria Poncini in boule­vard Saint Germain, a Parigi, passando attra­verso l’atelier di Pierre Cardin. Purtroppo ci fu una soffiata da Vene­zia».
Di chi?
«Di un tizio che, per ave­re campo libero con la moglie di uno di noi set­te, doveva far finire in carcere il rivale in amo­re».
Era più semplice sva­ligiare la casa dello stilista Cardin in cal­le dei Muti o Baglio­ni, vicino al ponte di Rialto.
«Nel campo della moda feci visita all’abitazione di Luciano Benetton, a Ponzano Veneto, ma non trovai niente da portar via, perché non era ancora famoso. Quanto alle dimore pa­trizie sul Canal Grande, le ho visitate tutte, dai Brandolini d’Adda ai Persico, fino ai di­scendenti di Azzo degli Azzoni. I Donà delle Rose li gò rovinà: cinque o sei residenze. Fa­cevo fessa la giusta (nome della polizia nel gergo della malavita veneziana, da giustizia, ndr) usando la gondola. I poliziotti teneva­no d’occhio solo i motoscafi. S’è mai visto un ladro che scappa remando?».
Non si curava dello shock che provocava nelle famiglie profanando l’intimitàdel­le loro abitazioni?
«Semmai lo shock lo provavo io nel vedere com’erano tenute. Da quella di un grande industriale, in piazza San Marco, uscii con i calzini da buttare, tanto era sporca. Che di­sordine! Un brillante grosso così abbando­nato sul bidè, pellicce per terra, orologi di gran marca sparsi qua e là».
Con quale criterio sceglieva gli obiettivi?
«Che domande! L’assenza del proprietario. Un giorno del 1998 esco dall’Harry’s Dolci della Giudecca - sono golosissimo di pastic­cini - e mi scappa l’occhio su un palazzo con le imposte chiuse, dall’altra parte del Baci­no San Marco, alle Zattere. Vado. Leggo i tre cognomi sui campanelli: Collalto-Castillo, Giustinian, Donà delle Rose. Il primo mi è nuovo. Corro alla biblioteca Marciana a far ricerche e trovo un indizio: contessa Cecilia Collalto Giustinian in Falck. È come una fru­stata alle mie sinapsi: acciaierie Falck ugua­­le Alberto Falck, collezione Falck uguale Gio­vanni Antonio Canal, Canaletto uguale Fon­tegheto de la farina . La tela dei miei sogni».
Perché?
«Raffigura il piccolo magazzino che sorgeva sul molo di San Marco. In primo piano si ve­de un ponte che fu distrutto da quelle caro­gne degli austriaci. Sullo sfondo la Punta del­la Dogana. Un dipinto di vivace puntigliosi­tà, immerso in quella luce dorata tipica di alcune giornate settembrine veneziane che solo il Canaletto riusciva a rendere con tanta abilità. Decido di andarmelo a prendere. En­tro e mi ritrovo in una pinacoteca: Masac­cio, Tintoretto, Mantegna, Sebastiano del Piombo, Simone Martini. Bisogna fare una cernita, rispettare la storia. Mentre son lì che ragiono con i miei complici, alle 3 di not­te arriva Alberto Falck. Oh, casso! Invece di scappare,aspetto che siritiri nell’ala più lon­tana del palazzo. Guardo dal buco della ser­ratura e lo vedo seduto davanti alla ribalta di un secrétaire del ’700, intento a scrivere con una Montblanc. Via libera. Un colpo da 20 miliardi di lire».
Non è assurdo rubare una tela notificata, valutata allora 4 miliardi e giudicata in­vendibile dai critici d’arte?
«Ha mai provato a tenersi un Canaletto in ca­sa per un mese? El sorideva. Xera parfìn più lucido. Un cuore che pulsava. Qualche tem­po dopo telefonai all’ufficio di Milano dell’in­dustriale dell’acciaio: sono quello che ha ru­bato il Canaletto a Venezia, vorrei parlare con Alberto Falck. Alla centralinista tremava la voce: “Rimanga in linea”. Me lo passò. “Che cosa vuole? Parli pure”, mi disse con tono seccato. So che lei ha fatto molte opere di bene, l’ho vista insieme con Papa Wojtyla nella foto in cornice: perché non dona il Fon­­tegheto allacittà di Venezia? “Il dipinto è mio e ne faccio ciò che voglio”, rispose. A dire il vero adesso il dipinto è mio e potrei anche ridurlo in pezzettini, replicai. Tacque per un istante: “Certo, potrebbe distruggerlo. Ma da quel poco che ho potuto capire di lei, so­no sicuro che non lo farà”. E riattaccò. Glielo feci ritrovare a Roma e finii in galera per sette mesi. Il capo della Mobile, Vittorio Rizzi, e il sostituto procuratore, Maria Bianca Cotro­nei, ebbero la loro bella targa. A me Falck in­viò alcune casse di vini dei Collalto. Tre anni dopo dimostrò d’avermi dato retta: fece esporre la tela in occasione della strepitosa mostra sul Canaletto alla Fondazione Cini. Ero confuso tra la folla all’inaugurazione. Falck mi riconobbe. Lo salutai e lui ricambiò con un cortese cenno del capo. Ogni tanto continuo a sentire il Fontegheto che mi chia­ma. Mi dice: “Portami via da questo oblio”».
Mai sognato di rubare La Gioconda , co­me fece l’imbianchino Vincenzo Perug­gia nel 1911 al Louvre di Parigi?
«Compii un sopralluogo: le opere venete che m’interessavano erano di dimensioni troppo grandi. Però alle Gallerie dell’Acca­demia ho avuto fra le mani La tempesta del Giorgione. È l’unica che Napoleone non è riuscito a fregarci».
Ma che senso ha assaltare per due volte nel giro di dieci mesi la Peggy Guggenhe­im Collection?
«Ma alora no’ ti g’ha capìo un casso! Era un gioco delle parti che giovava a tutti. I funzio­nari di polizia recuperavano la refurtiva, fini­vano sui giornali, ricevevano encomi solen­ni e facevano carriera. Io mi prendevo un pic­colo contributo sulla riconsegna, le spese di trasporto merce, diciamo. Il codice non scrit­to era: mai portar via la roba da Venezia, mai arrecare danni alle opere d’arte. Rispettato quello, ciascuno dei protagonisti aveva la sua bella convenienza. E poi c’erano anche furti su commissione che non potevi rifiutar­ti di eseguire».
Sia più chiaro.
«Nel 1991 ero alla Marciana a compulsare i miei amati librid’arte.Mi avvicina un luogo­tenente di Felice Maniero: “Il presidente vuole vederti”. Ma ci elo ’sto presidente? El còtola? Io il boss della mala del Brenta lo chiamo così, perché da piccolo stava sem­pre attaccato alla sottana della madre. Il suo scherano mi spiega che Maniero ha bisogno di rubare un pezzo importante a Ca’ Rezzo­nico per poi fare uno scambio con lo Stato e ottenere il rilascio di un cugino finito in chè­ba ( gabbia , metonimia per carcere, ndr) . Po­tevo dirgli di no? Però ho preferito scegliere il Palazzo Ducale. Una sfida con me stesso, visto che non aveva mai subìto furti. Nella Sala dei Censori ho notato una Madonna col Bambino del XV secolo, un olio su tavola uscito dalla bottega di Alvise Vivarini. Mi so­no nascosto nelle prigioni. Casa mia. E du­rante la notte ho fatto al contrario il percorso del detenuto Giacomo Casanova: dai Piom­bi a Palazzo Ducale attraversando il Ponte dei Sospiri. Sono uscito per calle degli Alba­nesi con la Madonna. L’ho consegnata a Ma­niero senza averne in cambio neppure una lira.Avanzai un’unica pretesa: che la restitu­isse intatta. Si vede che ancora non bastava a far scarcerare il cugino arrestato per traffi­co di droga, perché in quello stesso anno El còtola fece rubare il mento di Sant’Antonio custodito nella basilica di Padova».
Lei ha «visitato» a modo suo anche il mu­seo Correr.
«Nel 1992 un certo Valerio mi aveva offerto l’equivalente di 200 milioni di lire in marchi per portar via tutti i quadri di Giovanni Belli­ni. Io pensavo che si trattasse del solito furto con richiesta di riscatto. Ma durante il colpo chiesi: per chi stiamo lavorando? Quello mi rispose: “Penso che tu l’abbia sentito nomi­nare. Si chiama Arkan. L’ho conosciuto anni fa in galera. Oggi è presidente di una squa­dra di calcio a Belgrado”. Arkan? Serbia?Ma certo! Era il soprannome di Zeljko Raznato­vic, inseguito dall’Onu per crimini contro l’umanità commessi durante la guerra nel­l’ex Jugoslavia. Figurarsi se un macellaio del genere avrebbe riconsegnato i Bellini a Ve­nezia! Dissi al mio complice: vieni con me, devo fare una telefonata urgente. Entrai in una cabina e chiamai il 113».
Dei sette uomini d’oro, che fine hanno fatto gli altri sei?
«Tre sono passati a miglior vita, uno di mor­te violenta, ucciso dalla mala. Il quarto è diven­tato un antiquario one­stissimo. Il quinto fa il pensionato. Il sesto è un cameriere e un lette­rato ammodo».
Il suo periodo di de­tenzione più lungo?
«Sei anni, per cumulo di condanne».
Qual è stata la prigio­ne peggiore?
«Viterbo. Massacrava­no i detenuti. Vidi sei­ sette guardie carcerarie ammazzare a calci e pu­gni un indiano che ave­va rifiutato il cibo get­tandolo sul pavimento. Approfittai della chia­mata di correo in un pro­cesso contro Maniero per denunciare il fatto a un pubblico ministero di Venezia. Quattro pa­gine di verbale in cui, per la non dispersione degli elementi probato­ri­e per la certezza del fat­to, chiedevo un imme­diato intervento. Non accadde nulla di nulla».
Come riuscì a scappa­re ­dalla Maison de sé­curité élevée de la Plaine de l’Orbe, in Svizzera?
«È un penitenziario per detenuti pericolosi, co­struito verso la fine del­l’Ottocento dagli stessi reclusi. Il direttore mi disse: “Signor Pipino, se lei ha intenzione di evadere, le consiglio di farsi crescere un paio d’ali come questo uccellino”, e mi indicò un canarino che tene­va in una gabbietta. Da quel momento diven­ne il mio pensiero fisso. Schiacciando il cap­puccio di una penna pubblicitaria dell’hotel Ermitage di Montecarlo, riuscii a ricavare una chiave. Nelle suole delle scarpe custodi­vo un seghetto. Scrissi al mio aguzzino: “Co­me ha visto, monsieur le directeur, io sono rientrato a Venezia passando per i suoi cop­pi e senza le ali del suo canarino”».
Per la legge adesso lei che cos’è?
«Un delinquente abituale. Quindi di primo grado. Dopo di me vengono i delinquenti professionali, secondo grado, e i delinquen­ti per tendenza, terzo grado. Anche quando non faccio niente, la polizia si chiede: “Dove xelo e cossa sarà drìo far?”. Insomma, so che sono destinato a morire in carcere. Sicura­mente. Me lo sento nell’anima».
A sua moglie che ha passato la vita da so­la, ad aspettarla a casa, non ci pensa?
«Mia moglie è una santa monogama. Ha sempre lavorato, prima come vetraia a Mu­rano, dove fece anche un lampadario per la principessa Grace di Monaco, e oggi come cameriera».
Quand’è uscito di prigione l’ultima vol­ta?
«Due anni fa. A lei parrà strano, ma in galera so­no stato una persona mi­gliore. A Rebibbia mi chiamavano il sindacali­sta delle carceri. Ero l’av­vocato dei detenuti. Ne ho fatti uscire più io che gli indulti. Sono diventa­to un super esperto in esecuzione della pena».
Cioè?
«Deve sapere che l’8% dei detenuti è dentro in­giustamente per cumu­li giuridici in eccesso. Lì intervenivo io. In otto mesi ho fatto togliere 750 anni di carcere. Sa quanto costa allo Stato un detenuto? Circa 350 euro al giorno. Faccia un po’ lei i conti».
Sono 273.750 giorni di detenzione cancel­lati.
«Appunto. Che moltipli­cati per 350 euro al gior­no fanno quasi 100 mi­lioni. Sono venuti gli ispettori di via Arenula a complimentarsi: “Lei ha fatto risparmiare al ministero della Giusti­zia un sacco di soldi”. Che poi bisognerebbe anche chiedersi perché un detenuto costa 350 euro se le imprese che forniscono il vitto si ac­contentano di appena 1,40 euro al giorno».
Chiediamocelo.
«Ma è ovvio! Per quella cifra il cibo è scarso e scadente. Quindi il detenuto è costretto a pro­curarsi il sopravvitto a sue spese. S’è mai chie­sto chi sono quelli che lucrano sugli spacci interni dei penitenziari? S’è mai chiesto per­ché la costruzione di una cella di 3 metri qua­drati viene a costare al contribuente 175.000 euro, quanto un miniappartamento?».
Ho letto che il suo assistente nella predi­sposizione dei ricorsi era Mario Piergros­si, condannato per aver ucciso la nonna a forbiciate.
«L’ho fatto scarcerare, ora è un uomo libero. Fosse dipeso da lui, non avrebbe neppure presentato l’appello.Un nichilista che legge­va e rileggeva Delitto e castigo . Tutto il contra­rio di me. L’ho convinto ad aprirsi,a parlare».
Una decina d’anni fa domandai a Lucia­no Lutring, il solista del mitra: che cos’è per lei l’onestà? Mi rispose: «Eh, l’one­stà! Una roba astratta, non la vedi, nem­meno nelle persone cosiddette perbene. Rapinavamo 100 milioni e la radio parla­va di 300. Capito i signori banchieri? Truffavano le assicurazioni. A modo mio credo d’essere stato onesto: spartivo fi­no all’ultima lira. Ho mai ciulaa i amis. Perché se mi fossi messo a fare il ladro anche con i ladri, che razza di uomo sa­rei stato?».
«Tutto quello che di­chiara il derubato di­venta ipso facto fonte di verità. Ma non è mica così, sa? Durante un processo dal quale uscii assolto chiesi a una mia vittima, una di­scendente del doge Francesco Foscari: mi scusi, ma lei il quadro che le ho rubato dove l’ha preso? Cominciò a farfugliare. Tutto il con­trario della Svizzera, do­ve la polizia per prima cosa vuol vedere le fattu­re dei beni asportati. Da una gioielleria di Losan­na, in avenue de la Ga­re, uscimmo con 50 chi­li di oro. Nella denuncia erano diventati 3».
Oggi di che vive?
«Faccio consulenze per i benestanti, gli inse­gno come proteggere le loro ville dai malviven­ti. Mi pagano fino a 2.000 euro».
Che genere di consi­gli offre?
«Evitare le mandate di numero pari alla serra­tura della porta blinda­ta: o una, o tre, o cin­que, e lasciare la chiave nella toppa. Guardarsi dal personale di servi­zio, dalle badanti, da chi ti viene per casa per qualche lavoro: dietro ogni colpo in 9 casi su 10 c’è la soffiata di un collaboratore infede­le. Osservare la presenza di estranei all’ester­no dell’edificio: un ladro compie non meno di tre-quattro sopralluoghi prima di agire. E altri trucchi che non posso svelare, per non insegnare il mestiere ai balordi».
È pericoloso avere una cassaforte in ca­sa?
«Più misure di sicurezza adotti e più attiri i mariuoli. Meglio un cartello all’ingresso: “Si avvisano i signori ladri che questa abitazione è già stata visitata tre volte e all’interno non resta più nulla da rubare”. Davanti a un an­nuncio così, me ne sarei andato persino io».
Qual è il momento più difficile durante un colpo?
«Il furto più pericoloso è quello che ti sem­bra perfetto sulla carta. Perché non prevede la rinuncia. Io ho avuto spesso il buonsenso di rinunciare.Rubare è un’opera d’arte, il la­voro più difficile al mondo... Se non lo sai fare. Ci sono due categorie di ladri: i distrutti­vi e i conservatori. I veneziani appartengo­no alla seconda, purtroppo sono in via d’estinzione. In giro per musei avevo un de­coratore d’interni che dopo il buco provve­deva a un restauro ambientale. Mai lasciato macerie, noi».
Che rapporto ha con i poliziotti?
«Ottimo. Di rispetto reciproco. Ma se mi bec­cano, non c’è grazia per me».
Pensa che tornerà a rubare?
«Mai dire mai».
Il suo ultimo furto?
«Quello di domani».
Che differenza c’è fra un ladro e un politi­co?
«Il ladro si dichiara. Il politico dice la verità solo se gli presti una maschera».
Come vuole che la definisca nel titolo del­­l’intervista? Arsenio Lupin della lagu­na? Fantomas della Giudecca? Il Gatto che s’arrampicava sui tetti in Caccia al ladro di Alfred Hitchcock?
«Cary Grant l’ho conosciuto di persona. Si­curamente ero un gatto anch’io. Una sera d’estate una signora si svegliò di soprassalto sentendo i nostri passi sulle tegole e s’affac­ciò da un abbaino: “Mariavergine, ci sio voialtri?”. E noi: non si preoccupi, signora, siamo ladri. “Ah, benón. Bona note”».
Solidarietà fra veneziani.
«Però mi sento più vicino a Robin Hood. Su un ponte c’era un povero mutilato, privo di un braccio, che chiedeva l’elemosina. Men­tre stavo per lasciargli un obolo, passa una carampana con una pelliccia lunga fino a pie­di, lo squadra e gli dice: “Ma va’ a lavorare!”. L’ho seguita per tutta Venezia,tra calli e cam­pielli, fino a quando la vecchiaccia non è en­­trata in un portone e ho visto accendersi una luce. Per un mese, sera dopo sera, sono anda­to lì a farle la posta. Al momento buono sono entrato e ho razziato tutto. Tornato a casa mia,ho scoperto che tra la refurtiva c’era l’ur­na contenente le ceneri del marito. Vede, io ho sempre trovato il modo di restituire ogget­ti affettivi rubati per sbaglio, tipo la fede nu­ziale o la catenina d’oro di un figlio defunto. Ma il liofilizzato di quel poveretto mi stringeva il cuore. Sono andato su un ponte del Canal Grande, ho aperto il sac­chetto delle ceneri e gli ho detto: va’, caro, starai meglio libero in acqua che accanto a quella me­gera di tua moglie».
Non s’è fermato da­vanti a nulla?
«Non ho mai portato via orologi e oggetti prezio­si in riparazione, per non togliere all’orefice anche il lavoro. E non ho mai rubato capitelli o saccheggiato chiese. Da bambino andavo al­l’oratorio della parroc­chia di San Francesco della Vigna. A maggio il prete chiudeva le porte del tempio per non farci scappare e dopo il fioret­to serale ci dava il pane imbottito con la mar­mellata regalatagli dai soldati americani, quel­l­a solida che si poteva af­fettare. Alla fine qualco­sa, dentro, ti resta. La possibilità di finire al­l’inferno, per esempio».
E non teme di finirci?
«Chiesi a suor Pierina: madre, ma è tanto diffici­le andare in paradiso? Lei mi rispose: “Noooo, Encio. Vieni con me”. Mi portò nella cappella del carcere e mi indicò la finestrella con le sbarre. “Vedi quelle nuvole?Là dietro c’è una banca. Un’altra banca è qui in terra. Alla fine, il diret­tore tirerà le somme. Se hai depositato tanto sul conto in terra, sei fritto. Ma sei hai messo da parte qualcosa sul conto lassù, sei salvo».
E come la mettiamo col settimo coman­damento?
«Non rubare? L’ho sempre rispettato. Ho so­lo svuotato le tasche di chi aveva rubato pri­ma di me»

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