venerdì 12 ottobre 2012
Massimo Carlotto, Nordest
1989 - una città del Nordest.
L'imputato aveva il labbro spaccato, gli occhi pesti, il naso rotto e gonfio con due tamponi emostatici che spuntavano dalle narici e lo costringevano a respirare con la bocca. I due agenti della polizia penitenziaria che lo sorreggevano dovettero aiutarlo a sedersi. Era conciato male.
Il giudice, seccato, guardò l'avvocato per cercare di capire se avrebbe tentato di rinviare l'interrogatorio. L'altro lo rassicurò alzando le spalle. Il suo cliente aveva ben altri problemi a cui pensare.Il giudice, sollevato, dettò al cancelliere le generalità dei presenti e chiese all'imputato se intendeva sottoporsi all'interrogatorio.
Raffaello Beggiato si voltò verso il difensore che lo incoraggiò con un plateale cenno della mano. "Sì" rispose a fatica. La bocca gli faceva male, i pugni degli sbirri gli avevano fatto saltare qualche dente e si era morso la lingua quando gli avevano strizzato i testicoli. Ma nemmeno lui aveva voglia di lamentarsi. Le percosse facevano parte del trattamento riservato agli arrestati in flagranza. L'intensità variava a seconda del reato. E il suo era di quelli che autorizzavano chiunque indossasse una divisa a rompergli il muso. Mentre era in questura, nella stanza dove lo avevano ammanettato a una sedia, erano entrati anche sbirri di altri reparti per il solo gusto di tirargli un cazzotto o sputargli in faccia. Beggiato non se l'era presa più di tanto, in fondo erano le regole del gioco. Aveva solo sperato che lo portassero in carcere alla svelta. Lì nessuno lo avrebbe toccato e avrebbe potuto concentrarsi per trovare una via d'uscita. Magari lo scopino del reparto isolamento era una vecchia conoscenza e gli avrebbe procurato un po' di coca. Ne aveva bisogno per recuperare forza e lucidità.Invece non si era fatto vivo nessuno e l'appuntato dell'infermeria si era rifiutato di somministrargli un antidolorifico. Aveva trascorso quattro ore disteso sulla branda a fissare la lampadina che pendeva dal soffitto soffrendo come un cane e pensando all'interrogatorio. Alla fine si era reso conto che nemmeno una buona sniffata gli avrebbe fatto venire in mente una soluzione decente.
Il giudice riassunse il caso ma l'imputato non lo ascoltò. Sapeva bene come erano andate le cose. Lui e il suo complice avevano studiato il colpo per un paio di settimane. Sembrava un lavoretto facile. Avevano deciso di vestirsi allo stesso modo per dare un tocco di originalità alla rapina; avevano comprato due passamontagna da motociclisti in seta e due completi in velluto di colore nero. Le armi se le erano procurate da un pezzo e le avevano già usate per ripulire un paio di uffici postali e le casse di tre supermercati. Il giorno prescelto avevano atteso che il gioielliere e sua moglie aprissero la porta blindata dopo la pausa pomeridiana. Erano spuntati all'improvviso alle loro spalle e li avevano spinti nel negozio. Il commerciante aveva detto le solite cazzate ma si era fatto disarmare e aveva aperto la vecchia cassaforte Conforti senza tante storie. Era strapiena di oro lavorato e pietre di prima scelta. Gioielli nuovi e di "antiquariato", termine sofisticato usato dai proprietari per coprire l'attività clandestina di banco di pegni del negozio. Merce che non appariva in nessun registro e che avrebbero evitato con cura di menzionare nella lista dei preziosi rapinati.
Lui e il suo complice avevano impiegato una decina di minuti per riempire le borse. Abbastanza perché arrivasse una pattuglia della polizia. La moglie aveva premuto un bottone d'allarme di cui loro non sapevano nulla. Il basista aveva giurato che non c'era nessun allarme nascosto ma in realtà non aveva controllato. Mai fidarsi degli incensurati che iniziano a commettere reati per pagarsi i debiti di gioco. Affrontano la vita come se fosse una partita a dadi, affidandosi alla fortuna e a una manciata di probabilità.
Si erano guardati negli occhi. "Fanculo gli sbirri" aveva detto il suo socio.
"Fanculo tutti" aveva detto lui.
Il bottino era di quelli che ti sistema per la vita e valeva il rischio. Forse, se non fossero stati strafatti di coca si sarebbero arresi limitando i danni, ma in quel momento i pensieri, nel cervello, viaggiavano veloci e sicuri in un'orbita troppo lontana dal buon senso.
Lui aveva afferrato la moglie del gioielliere per il collo e l'aveva spinta fuori dal negozio puntandole la pistola alla testa.Il complice aveva tramortito il proprietario ed era uscito portando con sé le borse con i preziosi. Tutti avevano iniziato a urlare. Loro, gli sbirri, l'ostaggio e i passanti. I due non sapevano cosa fare. Una macchina gialla era spuntata all'improvviso da una traversa e si era ritrovata nel bel mezzo del casino, a dividere buoni e cattivi.
Ne avevano approfittato. Dopo aver gettato a terra l'ostaggio si erano precipitati a spalancare le portiere della macchina. Al volante c'era una donna con il volto deformato dallo stupore, sul sedile posteriore un bambino che chiedeva alla mamma cosa stava succedendo.
Erano bastati pochi secondi per impadronirsi della vettura e fuggire con i nuovi ostaggi. Qualche centinaio di metri dopo la macchina era stata bloccata dalle pattuglie di rinforzo.Lui era sceso con il bambino minacciando di sparargli se non li avessero lasciati passare, e quando si era convinto che gli sbirri non avevano nessuna intenzione di obbedire aveva tirato il grilletto. Il proiettile era entrato tra il collo e la spalla e aveva attraversato il corpo, uscendo da un fianco. Il bambino si era afflosciato sull'asfalto. L'urlo della madre aveva sovrastato per un attimo ogni rumore.
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giovedì 24 maggio 2012
Pane e Tulipani
Scena 101
Negozio di fiori - Interno giorno
Negozio di fiori - Interno giorno
Fernando: Lei è Fermo.
Fermo: E lei è Narciso.
Fernando: Girasole, Fernando Girasole. Sono il proprietario della fisarmonica che suonava la sua dipendente Rosalba.
Fermo: Va be', ho capito. Mi porta sue notizie?
Fernando: Le porto in pegno lo strumento: in cambio vorrei chiederle il furgone. So che ne possiede un esemplare per le consegne sulla terraferma.
Fermo: Venga al dunque.
Fernando: Intenderei calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell'impresa.
Fermo: Non vede un'autostrada da vent'anni. Cambi l'olio, gonfi le gomme e rispetti la sua età.
Fermo: E lei è Narciso.
Fernando: Girasole, Fernando Girasole. Sono il proprietario della fisarmonica che suonava la sua dipendente Rosalba.
Fermo: Va be', ho capito. Mi porta sue notizie?
Fernando: Le porto in pegno lo strumento: in cambio vorrei chiederle il furgone. So che ne possiede un esemplare per le consegne sulla terraferma.
Fermo: Venga al dunque.
Fernando: Intenderei calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell'impresa.
Fermo: Non vede un'autostrada da vent'anni. Cambi l'olio, gonfi le gomme e rispetti la sua età.
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lunedì 23 aprile 2012
Mauro Covacich, Trieste sottosopra
Da Barcola all’Ausonia, in costume da bagno
Ora è venuto il momento di mettersi il costume, Barcola ci aspetta. Il 6 e il 36 viaggiano con buona frequenza e vi faranno risparmiare il calvario della ricerca parcheggio –a meno che non siate mattinieri, particolarmente mattinieri, nel qual caso farete ancora in tempo a trovare un buco lungo gli oleandri che costeggiano la spiaggia. Be’, spiaggia, diciamo passeggiata, visto che quello di Trieste è un mare di scoglio e al posto dell’arenile c’è una striscia di cemento lunga tre chilometri e larga non più di una decina di metri, dove la gente prende il sole stesa sui lettini portati da casa o passeggia proprio come se si trattasse di una battigia. L’accesso al mare è consentito da scalette di metallo poste a un centinaio di metri l’una dall’altra, ma in molti preferiscono scendere sulla fila di scogli che sta appena più sotto la piattaforma di cemento e tuffarsi direttamente da lì. La siepe di oleandri è stata piantata qualche anno fa a mo’ di separè, dopo che si erano verificati numerosi tamponamenti la cui unica causa era la distrazione. I bagnanti – e le bagnanti - si godono la loro tintarella a un passo dalla strada, e questa è forse la prima caratteristica che salta agli occhi di chi viene da fuori: un ampio marciapiede in pavé usato come solarium. L’impressione è molto meno sgradevole di come possa sembrare a raccontarla. Ci sono dei chioschi bar, le docce, i wc, le fontanelle, e l’acqua è così limpida chen saresti disposto a stendere l’asciugamano sul tetto della macchina pur di poterti fare un bagno.
Ma Barcola non è solo una meta estiva. Adesso noi la passeremo in rassegna pezzo a pezzo, però dovete tenere presente che i triestini vanno al mare tutto l’anno. Ci vanno a fare merenda, a leggere un libro sugli scogli, a fare due chiacchiere con gli amici. Ci vanno per lasciarsi, per mettersi insieme. Ci vanno imbacuccati, con la sciarpa tirata su fino agli occhi, a guardare come diventano nere le onde d’inverno. Ci vanno a portare il cane, a pescare, a correre, a pattinare. Ci vanno ai primi tepori di marzo, cercando qualche riparo sotto vento per scoprirsi subito, per togliersi almeno la maglietta e rimboccarsi i jeans in cerca del battesimo del sole. Ci vanno agli ultimi tepori di ottobre, nelle ore più calde, a immagazzinare come pannelli scorte di energia solare in vista dei lunghi mesi freddi. Ci vanno anche senza andarci, perché il mare a Trieste è un lato della stanza, ti alzi al mattino e sai dov’è, dove stai e sai che c’è. Questo solo per dire che qui il mare viene percepito diversamente che da una normale stazione balneare, e aggiungerei anche diversamente dalle altre grandi città costiere. Napoli, Palermo, Genova, hanno un mare meno prossimo, meno accessibile: appena fuori si incontrano splendide località litoranee, ma c’è meno confidenza tra la vita quotidiana della gente e tra la vita quotidiana del mare. A Trieste invece si fa il bagno in centro città (vedremo poi gli stabilimenti Lanterna e Ausonia) e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, ti puoi accostare, scendere, spogliarti in strada – i Topolini, vedremo, sono l’unica struttura dotata di spogliatoi –, fare dieci passi e toccare l’acqua. Questa frequentazione familiare e più che assidua spiega l’uso dell’espressione triestina “andar al bagno” per intendere “andare al mare” (e non “andare alla toilette”), come se Barcola fosse la vasca di casa, quella che si raggiunge scalzi o tutt’al più in ciabatte.
Percorrendo il lungomare di Barcola dalla periferia verso il centro. Cominceremo dal Bivio di Miramare. Prima del Bivio, vedendo dall’autostrada e uscendo a Sistiana, si affrontano i dieci chilometri della strada costiera, una specie di cengia naturale che corre a precipizio sul golfo. Lì sotto, spesso indicati con insegne quasi invisibili, ci sono diversi bagni, alcuni a pagamento come le Ginestre o Riviera, altri di libero accesso come i Filtri, Canovella, Tenda Rossa, Costa dei Barbari. Sono tutti splendidi, immersi nel verde, con piccole spiagge di sassolini schiacciate contro la parete di roccia, ma comportano inevitabilmente un’altra idea, meno facile del bagno: sono più lontani dalla città, di solito, ci si va più attrezzati (materassino, ombrellone, eccetera), l’uscita assomiglia di più alla classica gita al mare. Per questo la nostra rassegna salterà le pur belle strutture della Costiera. Perché, quanto all’ “andar al bagno”, Barcola corrisponde meglio alla concezione disinvolta – easy-going – dei triestini. Ci arrivi in ciabatte, ti spogli dove capita e ti butti in acqua.
il 6 e il 36: numeri di autobus di linea
calvario: sofferenza intensa e prolungata
arenile: spiaggia sabbiosa
battigia: (bagnasciuga) linea di una spiaggia su cui si frangono/arrivano le onde
oleandro: tipo di pianta con i fiori colorati e tossici
tamponamento: incidente automobilistico in cui un’auto urta il veicolo di fronte
pavé: pavimentazione stradale fatta di cubetti di porfido e pietra
imbacuccato: coperto interamente di vestiti a mo’ di protezione contro il freddo e il vento
immagazzinare: raccogliere, accumulare
stazione balneare: stabilimento attrezzato sulla spiaggia
lungomare: strada che costeggia la riva del mare
scalzo: senza scarpe
ciabatte: pantofole estive
cengia: breve piano orizzontale che sporge in una parete rocciosa
correre a precipizio: (in questo caso) seguire una linea a strapiombo lungo la parete rocciosa; correre molto velocemente
vasca: vasca da bagno
libero accesso: passaggio/entrata liberi, gratis
dove capita: dove vuoi tu, senza regole
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giovedì 9 febbraio 2012
A piedi da Trieste a Promontore attraversando l’Istria
Partire. Fare l'Istria a piedi. La bisettrice del Triangolo, un tiro di schioppo da Trieste a Promontore. Prendere le misure di questo pezzo di mondo a estate finita, con la malinconia e l'odore di uva nell'aria. E il lusso di un tuffo laggiù, dopo chilometri di sudore. In fondo ai faraglioni, Sud perfetto, verso il faro di Porer.
L'idea fermenta per mesi, talvolta anni. Poi la decisione si prende in due ore. Capita che il tempo ci sia, una finestra che non si ripresenterà più. Capita che il tempo sia buono e che, in aggiunta, il corpo dia segnali di insubordinazione. Perdita delle chiavi di casa, insonnia, voglia di bastonare un tizio solo per come cammina. Allora è tempo di andare.
Niente più alibi. Mezza giornata per fare il sacco e via. Il materiale buttato sul letto, sempre troppo, e lo zaino che non si chiude. Scarpe leggere, un chilo di frutta secca, due borracce. Un piccolo computer per scrivere la storia in diretta. Parto senza avere allertato nessuno. Sarò un perfetto sconosciuto. Un bagno di umiltà. Chissà cosa mi dirà la strada.
L'indomani alba pulita. Certezza di dimenticare qualcosa. Ore 7.20 via Carducci, bus numero 40 per Prebenico, il posto giusto per partire, sulla frontiera, alto sulla valle dell'Ospo. Da lì si infila meglio il crinale dei monti della Vena. Mi aspettano Sergio Ollivier e Marco Rodriguez per accompagnarmi fino a Gracisce, prima tappa. Li vedo e penso che sono matto. Ho 63 anni.
Strappo per San Servolo, traversata su Kastelec, ultimo caffé fatto in casa da Vlado e Marija. Qui l'autostrada per Capodistria è in tunnel, si va oltre agevolmente per una collinetta dietro il paese. Radure, rimboschimenti, una immensa cava. Marco mi ha dato un bastone ferrato di ciliegio. Mi fa prendere il passo transumante che ho imparato dai mandriani del Molise. Si fanno distanze enormi con quel ritmo lento.
Troppi pini, troppi chilometri senza orizzonte. Ma, presso i paesi, settembre regala frutta a volontà. Fichi, prugne, noci, more. Rigoni Stern fece mezza Europa a piedi nutrendosi così. Ma allora le campagne erano abitate: trovavi carrettieri, pastori, viandanti. Noi non troviamo anima viva. Se sei solo e ti rompi una gamba, ti ritrovano dopo un mese. Mentalmente, Trieste è a mille chilometri.
Lungo il ciglione arriviamo alla rupe vertiginosa, torva, di San Sergio, Crni Kal. Il castelletto in cima è stato addomesticato da una passerella. In basso, nella foresta, il paese col campanile storto. Sullo strapiombo, due rocciatori appesi al nulla. Il rombo lontano dell'autostrada che ci ha seguito fino a ora, finalmente si attenua.
Gran giornata. Vista immensa: alti a Nordest il Taiano e la Sbevnica; a Sudovest, oltre il vallone del Risano, i colli che portano a Covedo e, oltre, a Portole e Stridone. Il ciglione è tagliato dalla ferrovia per Capodistria e il binario si tuffa in un dislivello pazzesco. Un solo binario, un collo d'oca. Ma l'andirivieni è impressionante, tutta l'economia slovena passa per queste Termopili. Mi chiedo cosa accadrà quando verrà il doppio binario, se Trieste continuerà a fottersene del suo porto.
Direzione Podpec, paese sovrastato da strapiombi e da una torre di difesa, ultima vedetta sul mare lontano. Il ciglione qui è magnifico, simile a quello fra San Lorenzo e Sant'Elia sopra la Rosandra. Landa, pettinata dalla bora. Cespugli di profumato santoregio. Voglia di birra che comincia a crescere. Voglia matta di mare, anche. Ora non lo vedrò per chissà quanto tempo. Supplizio di Tantalo, si dice.
A Podpec mi butto su una panca sotto un tiglio, i piedi alti su un muretto. La seconda borraccia è già agli sgoccioli; camminando si beve il doppio e si mangia la metà. Nel silenzio sento mille rumori. Due donne che chiacchierano. Una radiolina. Un maiale che grufola. Mi sento già in Bosnia. Ma le falesie contorte somigliano anche alle Dolomiti Lucane.
Tagliamo su Hrastovlje, paralleli alle ferrovia. Sono le due del pomeriggio, e il paese è in fregola da vendemmia. Due vecchi ci invitano ad assaggiare il primo succo spremuto. Ma noi è la birra che cerchiamo, nell'osteria in fondo al paese. Cinque birre in tre, prosciutto e peperoni sottaceto. Ollivier è felice, un simpatico chiacchierone che andandosene, stasera, mi getterà in un silenzio ancor più insopportabile.
Dopo la birra, la salita per Gracisce – 250 metri di dislivello nel pietrame – ci pare un purgatorio, ma sul crinale un'alta torre di vedetta consente di riassumere tutta la tappa in un unico colpo d'occhio. Marco è incantato, farebbe carte false per continuare la strada domani. E io farò più fatica a star solo dopo tanta compagnia.
Locanda con alloggio sullo stradone, di fronte alla cappelletta di Santa Maria del Soccorso. Dormirò qui. Una donna mi offre un grappolo appena colto. Scende il silenzio. Alle cinque il traffico è già azzerato. Nubi rosa, luna color pergamena, brume azzurre, bosco di un verde profondo. Odore di campagna di una volta, mare che pare un miraggio.
Ho le labbra secche, mi riaffiora una poesia di Mevlana: «La secchezza delle tue labbra è un messaggio dell'acqua». Abbiamo attraversato terre carsiche, dove l'acqua è un dono di Dio forse più che altrove. Marco è certo che qui ci sia un legame fra il culto delle fonti e quello della Vergine santissima.
Dormirò di sonno esausto, profondo e regolare, non disturbato da piccoli risvegli. L'indomani frontiera verso Pinguente; una frontiera rognosa, perché la sbarra croata e quella slovena distano più di tre chilometri d'asfalto. Non ho nessuna voglia di percorrerli in ossequio ai burocrati. Ho in mente un'uscita clandestina, sopra una fascia di rocce a picco.
Speriamo bene. In camera mi accorgo che un “mandriol” verde smeraldo si è posato sul mio sacco rosso e non se ne vuole andare.
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giovedì 22 dicembre 2011
Carla Coco, Venezia in cucina
La Castradina S'ciavona
Possiamo solo immaginare Riva degli Schiavoni brulicante di gente proveniente da tutto l'Adriatico, che scaricava merci dai trabacoli, le tipiche barche da trasporto. Provenivano dalla Schiavonia, luogo dai confini incerti che abbracciava la Dalmazia, la Bosnia, l'Albania. Erano battelli veloci di piccolo cabotaggio, che si possono paragonare ai corrieri moderni, i cosiddetti 'padroncini' che muovono gran parte delle merci in questa nostra epoca.
Favoriti dalle esenzioni daziali stabilite dalla Repubblica, gli schiavoni trasportano derrate alimentari in gran quantità tanto da provocare una lenta ma inesorabile mutazione del gusto. In molti piatti lagunari si sente profumo di Dalmazia, dai risi in cavroman, in cui si combinano riso e castrato tagliato a pezzetti, al castrà in umido con patate, passando per l'agnello all'orientale, arrostito dopo essere stato ben unto con burro e latte.
Tra tutti gli alimenti ne rimane uno che ancora oggi racchiude in sé il seme della storia passata e il simbolismo religioso dei veneziani: la castradina s'ciavona. Un piatto evocativo delle perdute terre d'oltremare, che in fin dei conti erano considerate 'altre Venezie' più che territori occupati. Discorso lungo che ci porterebbe lontano, a parlare di ciò che era la venezianità lungo le coste dell'Adriatico: un solo respiro sincrono con il Dogado.
Ma torniamo alla nostra castradina, che viene consumata il 21 novembre di ogni anno, da quando cioè la Repubblica istituì la festa della Madonna della Salute nel 1631. E quando si tratta di salute i veneziani non scherzano. Se ad ogni fine di pestilenza, pur stremati, s'indebitavano per creare i più bei templi votivi, figuriamoci se era un problema far arrivare dalla Dalmazia carne salata, affumicata ed essiccata di giovane montone castrato. In pratica, un concentrato delle buone tecniche di conservazione allora conosciute, in grado di superare indenne il periodo di quarantena, e questo anche in epoca di emergenza sanitaria.
Un cibo forèsto con l'evidente compito di scacciare 'il male' in favore della 'salute'; ma lasciamo la descrizione del piatto ad Elio Zorzi nelle sue Osterie veneziane, datato 1928: «Della castradina si parla in uno dei più antichi documenti della Repubblica: nel calmiere del doge Sebastiano Ziani nel 1173 non si nomina proprio la castradina, ma si parla di sicce carnis de romania et sciavinia. E infatti la castradina non è che la carne dei montoni tagliati per metà nel senso della lunghezza, salati prima, affumicati poi, lasciati seccare al sole e infine stagionati nei fondachi e nelle stive».
Come e quando un cibo così tipicamente balcanico sia entrato in una delle feste religiose più sentite dai veneziani è difficile stabilirlo con certezza. Comunque sia, la ricetta ci è stata tramandata, ovviamente con delle varianti, essendo nel frattempo venuti meno trabaccoli e mercanti dalmati.
Una buona castradina con le verze ha bisogno innanzitutto di tempo. Si lascia la carne a bagno per un giorno in acqua, si taglia a pezzetti e si mette sul fuoco con un po' d'olio d'oliva, che sostituisce lo strutto, si aggiungono le verze nere e si fa sobbollire, senza fretta, fino a quando la carne non diventa tenera.
Si tratta quindi di carne bollita, quasi una zuppa, una çiorba balcanica, dove la materia prima subisce ancora oggi il trattamento antico della conservazione con sale, ginepro, rosmarino, alloro, coriandolo, cipolle e carote. Le carni non provengono più dalla Dalmazia ma da Sauris, e bisogna dire che l'aria così favorevole ai prosciutti giova ai cosciotti del giovane montone. Non si può non essere d'accordo con Zorzi. Mentre le ultime tracce degli antichi legami tra Venezia e il suo Levante declinavano, rimaneva la castradina, ultimo residuo commestibile d'una tradizione imperiale.
brulicante: pieno di persone che si muovono contemporaneamente
piccolo cabotaggio: che compiono navigazione lungo la costa fermandosi in porto in porto
esenzioni daziali: che non pagavano le tasse
derrate: prodotti alimentari di origine agricola
in umido: stufato, cotto con un liquido con un coperchio e a fiamma bassa
Dogado: dominio del Doge o dela Repubblica
pestilenza: epidemia di peste (peste: grave malattia contagiosa)
s'indebitavano: si riempivano di debiti
tempio votivo: che rappresenta un voto religioso
montone castrato: il maschio della pecora castrato per farlo ingrassare
indenne: senza danni, senza problemi
quarantena: periodo di isolamento di quaranta giorni
fondachi: magazzini per metterele merci nei palazzi veneziani
strutto: grasso ricavato dal maiale
sobbollire: bollire
cosciotti: coscie, parti della zampa dell'animale
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giovedì 15 dicembre 2011
Alla larga da Venezia
Origano e liquore d'oppio
Da Venezia il convoglio di navi per Candia partì il 20 marzo, come aveva previsto Stae. All'alba di quel giorno Aloìsius era pronto sul molo di San Marco. Aveva con sé un piccolo bagaglio, una sacca di camoscio che conservava dai tempi della sua gioventù in Baviera. Gli ultimi oggetti deposti in quella sacca prima di lasciare casa Grimani furono un grosso quaderno intonso e l'astuccio di scrittura. Perché si era ripromesso da allora in poi di annotare con cura gli avvenimenti della sua nuova vita.
Dal diario di Aloìsius Mòsele.
Candia, 5 aprile 1431.
Libero! Lasciata Venezia, dopo quattordici fortunati giorni di navigazione ieri sono sbarcato a Candia. E d'ora in avanti, quaderno mio, ti affiderò i resoconti dei fatti che mi capiteranno, tra i più ragguardevoli. Ma anche le mie suggestioni e i miei pensieri, pur senza voler rispettare a ogni costo la precisione marinara: così mi raccomandò stamane il patron Piero Quirino.
Nel segno dell'antica amicizia con mio padre, Quirino mi ha accolto con l'affetto e il calore che mi attendevo da un gentiluomo par suo. Mi ha subito ricordato che sulla nave già gli scrivani Cristofalo Fioravante e Nicolò Michiel saranno imbarcati, tal che io sarò libero di annotare resoconti secondo la mia vena, e dovrò sopperire innanzi tutto alle necessità di medicina e chirurgia. Ciò perché il mio patron non ha avuto il tempo di aspettare la conclusione del bando del Senato in Venezia per i medici di bordo destinati ai viaggi fuori di Gibilterra. Rammentando le mie attitudini in materia sanitaria, ha colto l'occasione di attribuirmi generosamente l'incarico con la stessa mercede che toccherebbe a un chirurgo titolato, oltre alla panatica e alle spese comuni di vestiario. Più di quanto ricevessi come precettore in casa del gentiluomo Grimani.
Ho già assolto il primo incarico ricevuto in questa mia nuova veste grazie al fornitissimo fondaco di messer Kastoria, illustre speziale di Candia, approvvigionando il baule sanitario della Gemma secondo il ricordo degli armadi del medico Bartolo Chiarugi, da me tante volte riordinati in Verona.
Anzitutto ho acquistato trecento once di elleboro negro in radice, che all'occorrenza preparato in liquore per bagnature risana da rogna, scabbia, sversamenti nascosti di sangue, croste infette, pidocchi e se bevuto in piccolissima quantità libera dai vermi.
Quindi ho provveduto a rifornirmi di sei ampolle di elisir composto da miele e ambra, zucchero rosato di borragine, scorze di cedro, genziana, semi del dauco di Candia, coralli rossi e bianchi, polpa di tamarindo, rabarbaro: elisir da prendersi in caso di doglie di testa, vomito, dolori di schiena e infezioni agli occhi, non più di una dramma al giorno.
Ho poi stivato in ventiquattro cassellette altre medicine utili:
Verbasco emolliente
Origano antispasmodico
Pimpinella e radici di liquirizia per impiastri astringenti
Caccole e liquore d'oppio per mitigare dolori
Ribes e borragine per placare la diarrea
Marrubio ed edera per risvegliare il fegato e contro catarri e indigestioni
Semi di cucurbita e arnica a lenir contusioni
Calendola per i geloni
Asparago a scioglier le urine
Senna e ricino purgativi
Foglie di melograno contro i vermi maggiori
Asfodelo per disturbi agli occhi e sordità
Vischio e artemisia a contrastar l'epilessia
Corteccia di salice nero che sciolta in vino rosa combatte pensieri ossessivi e onanismo.
Voglia il Signor Dio che non abbia dimenticato null'altro di utile. E similmente voglia che l'equipaggio debba ricorrere il meno possibile ai miei servigi medici nel lungo viaggio per Fiandra.
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venerdì 7 ottobre 2011
Andrea Molesini, Non tutti i bastardi sono di Vienna
Il Terzo Fidanzato della nonna aveva i piedi troppo grandi per essere considerato intelligente. Scemo non era, perché sapeva oziare con grazia e costanza, ma, date le dimensioni dei piedi, l’attenzione riservata alla sua testa non poteva essere molta. Il nonno Guglielmo, che vantava diverse amanti, diceva che quello – il rivale non lo chiamava mai per nome – parlava solo per dare aria alla bocca: «Agli stupidi piace mettere la stupidità in vetrina, e non c’è niente di meglio della parola per questo».
Al nonno piaceva incasellare in sentenze le cose del mondo. Sentenziava masticando il sigaro e fingendo un’aria da marinaio di molti mari, proprio lui che odiava l’acqua, non esclusa quella del lavabo. Liberale di ferro, beffeggiava le blande simpatie socialiste della nonna:
«Chiudi tre dei tuoi in una stanza e dopo mezz’ora avranno quattro opinioni differenti». Passava molte ore del giorno a scrivere un romanzo che non finiva mai, ma secondo la nonna non aveva mai scritto un rigo: «È una posa per tenere a distanza mocciosi e villani ». Nessuno, però, osava forzare il Pensatoio, lo stanzino dove il nonno passava quasi tutto il giorno, tranne quando pioveva, perché allora usciva a passeggiare senza l’ombrello, solo, con il cappello di feltro dalla tesa slabbrata. Era buddista, ma di Budda non sapeva un granché. Però capiva di briscola e di storia e scriveva lettere al Gazzettino, mai pubblicate perché coprivano d’insulti gli amministratori della città lagunare: tutti «sozzi figli di preti sciocchi», a sentir lui.
La nonna, invece, spumeggiava su tutto. Se c’era da spendere mezza lira diceva: «Meglio di no», e quel meglio di no capitava due dozzine di volte al giorno. A dispetto dei suoi settant’anni, era alta e diritta, forte e bella, una pantera canuta. Il suo bagno era un poema: ornato di clisteri beige, ocra, neri e tinta pelle. Ce n’erano due o tre su ogni braccio dell’appendiabiti di smalto, mentre pigiami e mutande erano relegati in un comò verde, dove una ciotola di vetro di Murano ospitava una decina di collane di perle matte e di murrine. I clisteri, nei giorni della loro gloria, raggiunsero il numero di sedici, con le quattro perette da un 1/4, da 1/2, da 3/4 e da litro. Le sacche erano tondeggianti, a pera, a zucca, a cantalupo, tutte di tela cerata, e i tubi di gomma opaca sembravano, riflessi nel pallore del mosaico, tentacoli di creature marine dai becchi ricurvi.
I tre domestici – Teresa, la figlia Loretta, e Renato – facevano per sei. Loretta, ventenne, era belloccia, e aveva gli occhi storti, che guardavano in basso, ma quando te li puntava addosso sapevi che ti odiavano, e che altro non sapevano fare. Renato aveva una gamba un po’ più corta dell’altra, e zoppicava. Era il mio preferito e sapeva fare di tutto, pescare nel fiume con fiocina e coltello, ma anche spiumare il pollo destinato alla casseruola di Teresa. E lei, Teresa, era un portento. Brutta di una bruttezza rara, aveva cinquant’anni ben portati ed era più forte di un mulo, e non meno cocciuta. Zia Maria – Donna Maria per gli estranei – era invece di bell’aspetto, prigioniera di una fierezza che affascinava e allontanava gli uomini: veniva corteggiata con discrezione anche dagli spiriti più appassionati e audaci, una non piccola condanna. E poi c’era Giulia. Giulia era matta, bella, rossa. Uno schiaffo di lentiggini. Era fuggita da Venezia per uno scandalo di cui nessuno osava parlare: in paese c’era più di qualcuno che, nel vederla passare, sputava per terra, e non mancavano le beghine che si facevano il segno della croce per scacciare Pape Satàn. Aveva sei anni più di me e al suo apparire arrossivo, anche da lontano. Non stava in manicomio perché era una Candiani, e i signori – in quegli anni, almeno – non finivano in gattabuia, e non erano nemmeno matti, semmai eccentrici: un signore era cleptomane, non ladro, e una signora ninfomane, mai puttana. Quella notte del 9 novembre, quando i tedeschi s’impossessarono della mia stanza, andai a dormire nella soffitta, uno stanzone di nove metri per cinque, con quattro abbaini e le capriate di larice che mi costringevano a tener bassa la testa. Là condivisi con il nonno uno stramazzo buttato sulle assi del solaio, che erano tutte una scheggia, mentre alla nonna fu permesso di restare in camera sua.
La sconfitta dell’esercito italiano era una vergogna che ogni soldato invasore ci gettava in faccia: io avevo diciassette anni, quasi diciotto, e vedere il nemico spadroneggiare in casa mia era insopportabile. Quelli del ’99 erano già in trincea: pochi mesi e sarebbe toccato a me. «Manca poco e sono a Roma a liberare il Papa, così dicono loro, eh… tra felloni se la intendono, dico io».
Il nonno considerava i preti un gradino – piuttosto piccolo– sopra gli agenti delle tasse: «Quei figuri in gonnella hanno l’immaginazione di un tacchino, ma l’astuzia della volpe e del serpente, sono loro la grande beffa del creato, altro che le piaghe di Giobbe… vedi, Budda non ha preti» mi guardò dritto negli occhi, cosa che faceva di rado da quando avevo perso i genitori, «o se li ha non sono austriacanti». Si sputò nel palmo della mano, che ripulì nel vasto fazzoletto. A me il nonno piaceva. Dalla berretta da notte si separava solo, e a malincuore, verso le dieci del mattino.
Quella notte, però, se l’era svignata senza la sua berretta. Un fante e un caporale l’avevano legato a una sedia e l’uno premendogli il calcio del fucile sullo sterno, l’altro accarezzandogli la gola con la lama della baionetta, gli avevano fatto dire il nascondiglio delle gioie. Fortuna che la nonna, a sua insaputa, era riuscita a infilare le cose più preziose – e una manciata di sterline d’oro – nella sacca di uno dei suoi clisteri, oggetti troppo umili, e troppo prossimi alla merda per solleticare l’appetito dei predoni. «Sono preoccupato per Maria… certo, se c’è qualcuno che può spaventare un tedesco è lei» disse il nonno, accasciandosi sullo stramazzo. I cartocci di pannocchia scricchiolarono sotto il suo peso. Fissava le travi con gli occhi umidi, ma non voleva farmi sentire la sua paura: le nostre vite, le nostre cose, tutto era in balìa del nemico. «Guerra e bottino sono i soli sposi fedeli» disse. Mi sistemai accanto a lui. Il nonno voleva bene alla zia, «è una donna di piglio e di grazia» diceva. Era la figlia di suo fratello, scomparso nel naufragio dell’Empress of Ireland, nel maggio del ’14, insieme alla moglie e ai miei genitori, in quel viaggio che tutti, in famiglia, chiamavamo la «Grande Sciagura». Da allora le erano stati affidati gli affari della villa, forse perché alla mia educazione si dedicava, sia pure con svogliata costanza, la nonna. «L’hai mai guardata bene negli occhi, tua zia? Sono verdi, fermi come sassi. Lo sai cosa dicono i marinai? Dicono che quando l’acqua si fa verde la tempesta t’inghiotte». Il nonno non era mai stato in mare, ma i suoi discorsi erano infarciti di detti e imprecazioni da capitano di lungo corso: «alla via così», «duri i banchi», «se t’acchiappo t’impicco all’albero dimaestra», frase, quest’ultima, che aveva bandito dal suo dire da quando, subito dopo la Grande Sciagura, aveva preteso che gli dessi del tu.
Erano tutti diventati molto gentili con me dopo il naufragio dell’Empress, e io ne avevo approfittato per godermela; il bello è che non ne avevo sofferto, non come ci si aspettava, almeno. I genitori, per me, erano degli estranei, o quasi. Mi avevano mandato in collegio per togliersi dai piedi un problema, o perché – volendo essere benevoli – pensavano che l’educazione dei giovani fosse un affare a cui padre e madre sono inadatti. Il mio collegio era dei domenicani e i padri consideravanola salute del corpo importante almeno quanto quella dell’anima, su cui erano – e la cosa stupiva non poco – propensi ad ammettere una certa ignoranza. Nel giorno fatale il preside – uno studioso di San Domenico di Guzmán, che a noi ragazzi sembrava centenario per via della barba bianchissima e della curvatura della schiena – mi mandò a chiamare. Il suo ufficio, foderato di grossi libri di cuoio, misurava tre passi per quattro: lì il puzzo di muffa, di carta, d’inchiostro, d’ascella e di grappa si contendevano il campo. Sollevò la fronte dal manoscritto che stava consultando, e mi squadrò con tutto l’azzurro dei suoi occhi, ingigantito dalle lenti: «Sedete, giovanotto». Non fece preamboli, e non annacquò la notizia con dicerie sulla vita eterna. Parlava con voce ferma, senza una pausa. Non cercai di fingermi addolorato, dissi: «Non sentirò la loro mancanza». Strinse le palpebre e mi fissò con la faccia dura.«Certe cose si capiscono dopo», disse prima di ricacciare il naso nel manoscritto. Forse non mi sentì nemmeno uscire, ma quelle sue parole mi rimasero dentro: aveva ragione lui, il colpo venne dopo, la ferita si aprì un poco alla volta e un poco alla volta si rimarginò.
oziare: passare il tempo senza far nulla
vantava: diceva di avere
dar aria alla bocca: parlare senza aver nulla da dire
sentenze: frasi fatte, con un senso definitivo
beffeggiava: prendeva in giro
blande: molto moderate
posa: atteggiamento
mocciosi: bambini
villani: maleducati
tesa: la parte del cappello che protegge dal sole o dalla pioggia
slabbrata: consumata
briscola: gioco a carte
sozzi: sporchi
canuta: dai capelli bianchi
clistere: l'attrezzo per liberare l'ultimo tratto dell'intestino da feci, in genera una piccola pompa
a cantalupo: a forma di melone
fiocina: attrezzo a forma di tridente
casseruola: tipo di pentola
cocciuta: testarda
gattabuia: testarda
stramazzo: materasso
felloni: traditori
austriacanti: sostenitori dell'occupazione austriaca
fante: soldato semplice
cartocci di pannocchia: un tempo i materassi erano imbottiti di foglie di mais
essere in balìa: dipendere
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