giovedì 13 gennaio 2011
Italo Calvino, Le città invisibili
Zenobia
Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benchè posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.
Mirabile : che è degno di essere ammirato, straordinario
Palafitta : un insieme di pali di legno conficcati nel terreno, specialmente nelle zone paludose usata come fondazione
Ballatoio : balcone che gira intorno ad un edificio esternamente o internamente
Pensile : che è sollevato da terra tramite sostegni vari
Barile : piccola botte in legno
Carrucola : macchina semplice per sollevare pesi
Lenza : filo sottile e trasparente usato per la pesca
Indecifrabile : che non si riesce a capire
Stendardo : insegna simile ad una bandiera
Mutazioni : cambiamenti
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Mario Rigoni Stern
Nei primi giorni di febbraio nella mia terra, da bambini, si camminava sparsi per i pascoli, suonando le campane delle vacche - perché noi suonavamo quelle - e cantando una vecchia canzone che diceva: “Svegliati! Svegliati! È marzo. La neve va via e fa crescere l’erba”.
Ricordo che noi bambini, più avanti nella stagione, andavamo a prendere le vacche in campagna e le portavamo in montagna. Ma quando passavamo per la strada con le campane in quei giorni di febbraio, le vacche si mettevano a urlare perché credevano che fosse arrivato il momento dell’alpeggio, e invece la neve non era ancora andata via, e uscivano appena appena i primi germogli.
Ecco, queste sono sensazioni che ancora si possono provare, anche vicino alle città, spostandosi dove iniziano i boschi. Se alla fine di febbraio andate a vedere i colori lungo le strade che accarezzano i boschi sentirete gli odori della primavera – perché la primavera ha anche odore – e ve ne innamorerete!
Ogni volta che arriva la primavera io “sento” la terra e m’innamoro. È bellissimo: è la terra che si risveglia, che fa crescere i fiori e se ne sente l’odore e vi giuro che ogni volta mi viene voglia di raccontarlo. L’aria cambia e cambia anche il movimento da dove viene l’aria: è sempre un rinascere.
Anche in questa stagione, però, non posso dimenticare gli anni della guerra. In particolare tra il 1941 e il 1942, quando, arrivata la primavera, si doveva ricostruire tutto. Era il periodo che incominciava a sgelare e c’erano ancora delle macchine seppellite nella neve e nel ghiaccio con le cornacchie che mangiavano i cadaveri… erano l’inverno del 1941 e la primavera del 1942, ma quei mesi li ricordo come fosse oggi… si vedeva il disgelo di un inverno freddissimo, quando in montagna il termometro era sceso a -30°. Fu l’inverno più freddo registrato nella storia dell’umanità, un inverno che non ha avuto pietà, un freddo così forte che ha congelato i carri armati.
Dovevamo "fare la contumacia": la primavera ci chiamava e così abbiamo “bigiato” – come dicono oggi i ragazzi che vanno a scuola – abbiamo bigiato anche con il comandante, siamo usciti in campagna e siamo andati da un contadino che ci ha offerto polenta, coniglio e un bicchiere di vino e lì, finalmente, abbiamo trovato la primavera.
sparsi: disuniti, in disordine
alpeggio: prati in montagna per il pascolo delle mucche
germogli: pianticella che si è appna sviluppata dal seme
sgelare: quando il ghiaccio comincia a sciogliersi
cornacchie: uccelli neri simili
biagiare: non andare a scuola (senza dirlo ai genitori)
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venerdì 10 dicembre 2010
Luigi Meneghello
Luigi Meneghello Libera nos a malo
Nel complesso i popolani sono più vicini alla natura. Sfojàda metteva in bocca i bachi da seta come se fossero cioccolatini, e per mezzo-gotto di vino li mandava giù.
Sfojàda, Lòba, Squala, Bèna, Cicàna: c’era tutta una generazione, tutta una razza di uomini investiti di una sinistra grandezza. Andavano scalzi coi tubi di tela a mezza gamba, erano amici delle cose che esplodono (Bèna era senza una mano), erano avventurosi, empi, indomabili.
Avevano in tasca ronchetti e coltelli, giocavano a soldi, raggruppati sugli scalini della Casa del Fascio, giravano camminando con indolenza e come a malincuore. Facevano cerchio in Prà, e Cicàna raccontava:
«Prima si vede la mano chiusa a pugno, e intorno è tutto scuro e la mano è illuminata. Poi questa mano pian-pianello si apre, e si vede un gioiello bellissimo, lustro, grosso cosi. Questo gioiello è posato in mezzo al palmo della mano, la mano è rùspia e il gioiello netto e lìmpio. Poi la mano comincia a girare, e gira anche questo gioiello, e si vedono i raggi…».
Cicàna era un grande raccontatore di film, anche quelli in tre, in quattro pisòdi. Li faceva durare molto più dell’ originale, e aveva un senso vivo delle inquadrature e dei valori tattili e visivi. Sapevamo tutto sul ladro di Bagdà, Maciste e il segno di Zòro. Il dialogo delle didascalie, tradotto in dialetto si ravvivava; le bestemmie fioccavano.
Cicàna sapeva un numero infinito di bestemmie; altre ne inventava. Una volta scommise di dirne trecento cinquanta tutte diverse una dietro l’altra, e vinse senza impegnarsi a fondo. Lo ascoltavamo incantati; era come una lauda pervasa da un vivo sentimento della natura e da un attento spirito di osservazione.
Era di pomeriggio, ed eravamo nell’ angolo d’ombra dell’ultima casa verso il ponte del Castello. La stramba litania ci faceva sfilare davanti agli occhi animali esotici e piccoli mammiferi nostrani, uccelli, pesci e rettili, la fauna dei letamai intenta ai suoi traffici, e la gaia flora dei marciapiedi, i grandi sputi gialli dei tabacconi, scarlatti dei tisici. Si vedeva il maggiolino capovolto, l’imbelle brombolo, remigare colle zampette, la pantegana trottare in cima a un muro annusando l’aria, e il carbonazzo avvinghiato alle gambe delle contadine batterle forte colla coda.
Le bestie selvatiche e domestiche, quelle innocue e quelle feroci, i pachidermi e le piccole polde, e fino i microbi e i bacilli che si stenta a vedere a occhio nudo; le bestie dell’aria, dalle pojane altissime agli sciami folti e bassi dei moscerini, le bestie del giorno e della notte, quelle delle acque limpide e dei gorghi scuri.
Alle cento bestemmie Cicàna lasciò il regno animale e passò alle piante, alle erbe, ai licheni, alle muffe; sulle duecento entrò nel mondo bruto della materia inanimata; alle trecento cominciò a toccare la sfera delle arti e dei mestieri, le strutture della società, il gioco delle passioni umane.
Terminò col microcosmo dell’uomo, dei suoi visceri attraenti insieme e repulsivi, delle sue mirabili funzioni fisiologiche; e compiuto il numero delle bestemmie pattuite (Lòba teneva il conto), ne aggiunse alcune altre in supplemento, sciogliendo un inno alll’Amore che chiamava però in altro modo: ormai faceva accademia, e fu fermato alle trecento e settantuna.
Concluse con una bestemmia breve e solenne, raddoppiando il Nome di Dio.
Popolano : che è proprio del popolo
Mezzo gotto : mezzo bicchiere
Empio : che reca offesa alla religione, crudele
Indomabile : che non si lascia domare, selvaggio
Ronchetto : piccolo arnese usato per tagliare i rami secchi o superflui
Indolenza : mancanza di volontà, svogliatezza
Pian-pianello : lentamente
Lustro : lucente
Limpio : limpido
Lauda : canto a Dio e ai Santi
Stramba : stravagante, bizzarro
Litania : invocazione a Dio e ai Santi
Esotico : che proviene da paesi lontani
Tisico : debole, gracile
Imbelle : incapace di difendersi
Remigare : compiere un movimento simile a quello dei remi
Innocue : che non fa male a nessuno
Pachiderma : ogni mammifero con pelle molto spessa, ad esempio l’elefante
Bacillo : tipo di batterio di forma allungata, a bastoncino
Lichene : organismo vegetale che deriva dall’associazione di un’alga con un fungo e si può sviluppare su rocce, sul terreno o sugli alberi
Viscere : ogni organo interno del corpo umano
Pattuite : decise, stabilite
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Mario Rigoni Stern
Lo scrittore veneto racconta in modo esemplare quelle piccole e grandi trasformazioni della natura che caratterizzano le stagioni sull’altipiano, dove lui viveva. Ecco una serie di riflessioni che Rigoni Stern ha fatto in un incontro pubblico.
Inverno
L’inverno è il momento della riflessione, ma anche il momento della sofferenza, specialmente per chi ha tanti anni e ha memorie lontane: quante case, ad esempio, non avevano il riscaldamento?
È anche l’inverno della guerra. E l’inverno della guerra si riempie di memorie.
L’inverno porta con sé anche le memorie della neve, le grandi sciate.
È il momento delle riflessioni della vecchiaia e anche la gioia dei bambini quando arriva la prima neve che, con la bocca aperta guardando il cielo, s’impegnano a raccogliere i fiocchi che scendono.
L’inverno è anche una tavola grande, dove si sta in tanti e un fuoco che brucia per scaldare.
È la stagione fatta per leggere anche se oggi la televisione sostituisce in parte questa abitudine oltre a quella del racconto – non ci sono più né la nonna, né gli anziani che narrano storie vissute, sostituiti dalla televisione che racconta storie banali e false.
Se ci guardiamo intorno, noi anziani ancora vediamo la nostra fanciullezza: le capriole, le corse nella neve, il freddo, il gelo… non importava nulla e si viveva, mentre la fantasia navigava in modo leggero e si caricava di mistero.
In questi anni abbiamo perso tanto.
Non sappiamo più vivere l’inverno come si viveva una volta. Forse la colpa è dei termosifoni e dell’aria condizionata che ci ha fatto perdere il gusto del passare delle stagioni.
Pensate al focolare, in una cucina di montagna qualsiasi (non occorre essere in una famiglia ricca): in tutte le case solitamente c’era almeno un libro dell’infanzia, e ci si metteva vicino al fuoco per leggere e parlare…
L’inverno vissuto in un’altra maniera: quale dei due scegliere?
Certamente è una tradizione che va recuperata, quella della lettura, anche senza il fuoco, ma pensate che tristezza non avere più il fuoco!
Il fuoco è una grande compagnia.
Quando eravamo in Albania (io avevo 18 anni ed ero in guerra) c’era una signora che raccontava le storie dell’Orlando Furioso: era una poetessa e recitava accanto al fuoco l’Orlando Furioso… chissà come l’aveva imparato. Oggi si accende la televisione e chissà se si sa ancora cos’è l’Orlando...
Cerchiamo di liberarci dai nostri condizionamenti e riconquistiamo ciò che ci fa "rivedere le stelle" e non solo in senso metaforico.
Ricordo una notte in Germania, era inverno: che meraviglia! Che silenzio! Un cielo pieno di stelle! Si erano spente tutte le luci e sembrava d’essere tornati indietro non di cinquant’anni, ma di settanta/ottanta.
Nella vostra vita vi auguro almeno un blackout in una notte limpida!
Riflessione: meditazione, pensiero
Riscaldamento: mezzi per riscaldare un’abitazione
Riempie: diventa pieno
Vecchiaia: ultima età della vita
Fiocchi (di neve): neve
Brucia: prende fuoco
Sostituisce: prende il posto di
Narrano: raccontano
Fanciullezza: infanzia, gioventù
Capriole: piroette, salti, volteggi
Caricava: riempiva, colmava
Termosifoni: apparecchi nell’abitazione che serve per riscaldare
Focolare: fuoco
Maniera: modo
Recuperata: ripresa, riutilizzata
Tristezza: contrario di allegria
Orlando Furioso: poema epico cavalleresco di Ludovico Ariosto
Chissà: mah, chi lo sa
Condizionamenti: influenze
Stelle: astri luminosi che stanno in cielo
Limpida: pura, chiara
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giovedì 18 novembre 2010
Paolo Rumiz, La rotta per Lepanto
Paolo Rumiz, La rotta per Lepanto (3)
E ora, con l'aurora che spunta, immaginiamo le galere che vanno; la partenza della flotta di Sebastiano Venier contro i Turchi in quel fine estate del 1571. Nella realtà le navi non salparono tutte insieme, radunare la flotta fu operazione lunga, diluita da Venezia fino a Corfù. Ma proviamo a immaginare il passaggio di una grande flotta a remi davanti a San Marco. Non è facile "vedere" un simile spettacolo avendo in mente le navi di oggi. Cento galere, cento navi affusolate, lunghe dai quaranta ai cinquanta metri, quindicimila rematori. Impossibile. Non c' è libro specialistico, non c' è manuale di storia che sveli l'anima di un evento così grandioso.
Solo chi naviga davvero, chi conosce i segreti dei legni, può capire. Un disegnatore di barche a vela. Come il vecchio Carlo Sciarrelli, triestino, lupo di bordo, grande raccontatore e grande divoratore di biblioteche di mare. Lo risento, una sera nel suo giardino, davanti a un tavolo pieno di carte antiche, mimare a gran gesti la vogata dei rematori e narrare, in dialetto, quello straordinario preludio della battaglia. "Pensa al rumor de cinquemila remi che entra in acqua, pensa ale schene, al respiro de quindesemila gaeotti che voga in pie. Trentamila brazzi, trentamila polmoni.
Iera quasi tuti s' ciavoni, i più forti e i più grandi de tuti. E po' le vele che se alza, i musicanti a puppa cole trombe, i tamburi, i nobili cole armadure, i soldai cole piume, le bandiere al vento, e tuta Venezia che varda. Ti viene la pelle d' oca. L'umanità non ha mai prodotto un'immagine più straordinaria della grandiosità". Per fare Lepanto devi moltiplicare per quattro questa già inimmaginabile grandiosità. Pensare a ventimila remi, una foresta vergine di legni che spazzano le schiume.
Veneziani con genovesi, papalini, maltesi, napoletani. Navi perfette, il top del remo in simbiosi con la vela, una storia di duemila anni che parte dalla trireme greca e dalla "Navis Longa" di Roma. "Lepanto, apoteosi e fine di una leggenda che comincia a Salamina".
Solo chi naviga davvero, chi conosce i segreti dei legni, può capire. Un disegnatore di barche a vela. Come il vecchio Carlo Sciarrelli, triestino, lupo di bordo, grande raccontatore e grande divoratore di biblioteche di mare. Lo risento, una sera nel suo giardino, davanti a un tavolo pieno di carte antiche, mimare a gran gesti la vogata dei rematori e narrare, in dialetto, quello straordinario preludio della battaglia. "Pensa al rumor de cinquemila remi che entra in acqua, pensa ale schene, al respiro de quindesemila gaeotti che voga in pie. Trentamila brazzi, trentamila polmoni.
Iera quasi tuti s' ciavoni, i più forti e i più grandi de tuti. E po' le vele che se alza, i musicanti a puppa cole trombe, i tamburi, i nobili cole armadure, i soldai cole piume, le bandiere al vento, e tuta Venezia che varda. Ti viene la pelle d' oca. L'umanità non ha mai prodotto un'immagine più straordinaria della grandiosità". Per fare Lepanto devi moltiplicare per quattro questa già inimmaginabile grandiosità. Pensare a ventimila remi, una foresta vergine di legni che spazzano le schiume.
Veneziani con genovesi, papalini, maltesi, napoletani. Navi perfette, il top del remo in simbiosi con la vela, una storia di duemila anni che parte dalla trireme greca e dalla "Navis Longa" di Roma. "Lepanto, apoteosi e fine di una leggenda che comincia a Salamina".
Aurora: sostantivo femminile singolare; il chiarore che precede a oriente, dopo l'alba, il sorgere del Sole. Sinonimo: crepuscolo
Galere: sostantivo femminile plurale; grande barca veneziana
Flotta: sostantivo femminile singolare; insieme delle navi militari o mercantili di uno Stato o di una compagnia di navigazione
Salparono: passato remoto alla 3^ persona plurale del verbo “salpare”; levare le ancore, sciogliere gli ormeggi, partire, prendere il largo
Diluita: participio passato (femminile singolare) del verbo “diluire”; rendere meno densa. Sinonimo: sparpagliata
Remi: sostantivo maschile plurale; lunga pala di legno che, immersa nell’acqua, permette di far muovere la barca
Avendo in mente: gerundio del verbo “avere”; Sinonimi: ricordare, pensare
Affusolate: participio passato (femminile plurale) del verbo “affusolare”; dare la forma di un fuso. Sinonimo: assottigliare
Rematori: sostantivo maschile plurale; chi rema
Manuale: sostantivo maschile singolare; libro contenente le nozioni fondamentali di un’arte o di una disciplina
Sveli: congiuntivo presente alla 3^ persona singolare del verbo “svelare”; render noto ciò che era nascosto. Sinonimi: manifestare, rivelare
Naviga: presente indicativo alla 3^ persona singolare del verbo “navigare”; viaggiare con nave
Legni: sostantivo maschile plurale; la parte dura del tronco e dei rami delle piante, il materiale da costruzione che si ricava dal tronco di certi alberi
Vela: sostantivo femminile singolare; telo che viene fissato all’albero di un’imbarcazione che viene manovrata in modo da sfruttare il vento
Lupo di bordo: marinaio esperto
Divoratore: chi divora
Mimare: esprimere con gesti
Vogata: sostantivo femminile singolare; atto, effetto del vogare, la spinta data col remo
Preludio: sostantivo maschile singolare; introduzione, nei brani musicali, ad una composizione, segno premonitore
Schene: sostantivo femminile plurale; termine dialettale che significa “schiene”: parte posteriore del torso umano
Gaeotti: sostantivo maschile plurale; termine dialettale che significa “galeotti”: carcerati, coloro che remavano nelle galee, per lo più schiavi o condannati
Pie: sostantivo maschile plurale; termine dialettale che significa “piedi”: la parte terminale delle gambe che serve per mantenere l’equilibrio e la posizione dritta, per camminare e per correre
Brazzi: sostantivo femminile plurale; termine dialettale che significa “braccia”: segmento dell’arto superiore compreso tra la spalla e il gomito
S' ciavoni: sostantivo maschile plurale; abitanti della Sclavonia (Dalmazia)
Puppa: sostantivo femminile singolare; termine dialettale che significa “poppa”: la parte posteriore di un’imbarcazione
Armadure: sostantivo femminile plurale; termine dialettale che significa “armature”: complesso di armi difensive che indossavano i guerrieri antichi
Varda: presente indicativo alla 3^ persona singolare del verbo “guardare”; termine dialettale che significa “guarda”
La pelle d’oca: modo di dire che significa che qualcosa ti emoziona e ti fa venire i brividi
Moltiplicare: verbo, infinito presente; far aumentare di numero, accrescere
Inimmaginabile: aggettivo; che non si può immaginare
Vergine: aggettivo; non ancora del tutto esplorata
Spazzare: verbo, infinito presente; pulire, togliere, portar via, liberare
Simbiosi: sostantivo femminile singolare; vita in comune di due esseri, animali o vegetali, contatto stretto, affinità tra fenomeni diversi
Trireme: sostantivo femminile singolare; antica nave da guerra a tre ordini di remi
Apoteosi: sostantivo femminile singolare; esaltazione, celebrazione
Leggenda: sostantivo femminile singolare; narrazione di un fatto, di argomento religioso, eroico o cavalleresco, in cui entrino molti elementi fantastici
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martedì 16 novembre 2010
Paolo Rumiz, La rotta per Lepanto
IL VIAGGIO/La rotta per Lepanto (2)
Arsenale, leggenda dimenticata
Arsenale, leggenda dimenticata
Quattro del mattino, partenza. Ci lasciamo alle spalle la soglia armata di Venezia: riva degli Schiavoni, il forte di Sant' Andrea... Ma soprattutto sfiliamo davanti al canale d' uscita del grande cantiere navale dove ai tempi del Turco si armavano anche venti galere al giorno. Una lapide ricorda la 'Grande Vittoria': Lepanto è sottintesa. Solo qui avevano il permesso di fabbricare le galere. Grandiosa la partenza della flotta in quella fine estate del 1571. Puntiamo su Parenzo. L' Istria manda già odore di terra
Quattro del mattino, il vento a poppa gonfia il Leone di San Marco, è ora di andare. La barca fila motore al minimo, va nel buio con tenui luci da discoteca. Acqua torbida, gabbiani, sensazione strana di essere su un fiume. Sottocoperta bolle il caffè, fuori la città dorme e tutto già parla del Turco. La riva degli Schiavoni, mitico imbarco per l'Oriente; il canale d' uscita dell'Arsenale, dove ai tempi del Grande Nemico si armavano anche venti galere al giorno; l'ombra cinquecentesca del forte di Sant' Andrea.
E' la soglia armata di Venezia tra laguna e mare aperto. Per chi esce, è la prima delle fortezze di San Marco che portano a Levante. Per chi entra, è la prima cosa che vedi della Serenissima. Una lapide ricorda la "Grande Vittoria". Lepanto non è nominata, non si nomina quasi mai a Venezia. Nemmeno la data è scolpita, tanto è ovvio che è quello l'evento. Fu un modello, il forte di Sant' Andrea: lo copiarono anche a Pietroburgo. Ma l'originale fece una fine ingloriosa.
Sparò una volta sola, alla fine del Settecento, e quello sparo - contro un veliero napoleonico - segnò la fine della Repubblica. Oggi è coperto di erbacce, vergognosamente chiuso agli umani. Con dodici milioni di turisti l'anno, qui non hanno un baiocco per le glorie del mare.
Venezia ormai dimentica se stessa. In maggio correvano i 200 anni della nascita di Daniele Manin, l'eroe della rivolta antiaustriaca del '48. Non se n' è accorto nessuno. Neanche un garofano sulla tomba.
Una luce verde e una rossa. Le bocche di porto di San Nicolò, tra l'ombra del Lido e quella di Punta Sabbioni. Segnano l'ingresso nel Mar Grando ed è come se ti chiudessero alle spalle la porta di Venezia. Qui si tiravano le catene per blindare la città in tempi d' allarme rosso e si buttavano in acqua gli anelli dello "Sposalizio del mare". I marinai partendo invocavano la Madonna del Rosario, dedicata alla guerra col Turco dai papi della Controriforma. Esce qualche stella. Libeccio a dieci nodi, irregolare, con onda lunga. L'ora delle vele. La prua è sull'Istria, il motore dà gli ultimi colpi di tosse, sull'Adriatico scende il silenzio. A Nord l'ultimo, monotono cordone di sabbia della Padania.
Non la vedremo più, puntiamo subito sulla costa Est, verso gli arcipelaghi degli "Schiavoni". Per la gente di terra può sembrare un non-senso lasciare una costa rettilinea come un'autostrada per infilarsi in un dedalo frastagliato. Invece ha senso eccome. Sulle coste piatte non hai riparo dalle tempeste, nelle altre invece sì. Lo sapevano già i Greci, che navigavano solo sul lato Est dell'Adriatico. Al tempo dei Turchi figurarsi.
Per i veneziani le spiagge italiche erano da evitare come la peste, perché "imbrogliose per piogie et oscurità improvise et per mezelune et revelini et bombarde che fa la costa aspra et periculosa pè legni de la Serenità Vostra".
soglia: linea di confine posta all'ingresso
galera grossa nave a remi veneziana
Lepanto: La battaglia di Lepanto è uno storico scontro avvenuto il 7 ottobre 1571 tra le flotte musulmane dell'Impero ottomano e quelle cristiane della Lega Santa che riuniva le forze navali di Venezia, della Spagna, di Roma, di Genova, dei Cavalieri di Malta, del Ducato di Savoia, del Ducato d'Urbino e del Granducato di Toscana. La battaglia si concluse con una vittoria delle forze alleate, guidate da Don Giovanni d'Austria, su quelle ottomane di Mehmet Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.
fila: va
tenui: deboli
sottocoperta: la parte coperta di una barca
armare: attrezzare una nave
lapide: lastra di pietra dove è incisa un'iscrizione
veliero: barca a vela
baiocco: una moneta
garofano: un fiore
invocare: chiedere pregando
libeccio: vento umido meditteraneo
frastagliato:che ha i contorni irregolari
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lunedì 15 novembre 2010
L'amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini
(Dal secondo capitolo, Il portoncino di quercia, che era, paragrafo 2)
Il Palazzo Ducale in complesso è piaciuto, li ho soddisfatti, anche se meno dell'angusto passaggio con finestrini laterali - un segmento di DC-9, in pratica - a metà del quale Mr. Silvera li ha fermati all'improvviso: sapevano dov'erano?
- No, no, where are we? Où sommes-nous? Donde estamos, Mr. Silvera?
Solo la ragazza portoghese (che si chiama Tina, o così almeno la chiama suo padre) ha mormorato a voce bassissima, dopo aver scrutato oltre i vetri incrostati di polvere:
- Talvez o ponte...
Proprio così: il celebre ponte dove sospirano gli infelici portati ai Piombi, e che altro è vederlo da fuori, altro è passarci dentro come se i condannati fossimo noi. On le gôut mieux, si gusta meglio, ha riconosciuto per tutti Mme Durand.
I Pimobi stessi hanno invece un po' deluso, dopo questa introduzione, e così anche l'interno di San Marco, giudicato troppo buio. Perchè non si provvedeva a un'illuminazione decente? Ma soprattutto la Pala d'Oro, sulla tomba del Santo, ha suscitato perplessità e dissensi, non essendo veramente tutta d'oro come il biglietto d'ingresso lasciava credere. I 28 ne discutono ancora puntigliosamente, mentre seguono il loro accompagnatore verso la tappa successiva.
Bisogna considerare prima di tutto il valore artistico, osservano i difensori della Pala; e del resto, benchè la gran lastra sia d'argento, anche le sue lamine auree devono avere un bel peso, nell'insieme. Qui tuttavia i pareri si dividono e chi dice due, chi tre, chi perfino dieci chilogrammi. What do you think, Mr. Silvera?
Ma Mr. Singh e sua moglie, i due bengalesi o cingalesi che siano, continuano a sentirsi in qualche modo truffati, e il loro mugugno ostile si aggiunge a quello di altri che avevano già gradito poco il picnic, o lo stanno digerendo male adesso. Poi fa un freddo umido, con un vento che impedisce perfino a Mme Durand di gustare meglio la vista dei canali, dalle spallette dei piccoli ponti (troppi, con troppi scalini) che Mr. Silvera si ostina a traversare. Quant'è ancora distante, questo famoso campo San Giovanni e Paolo? Non si poteva prendere un vaporetto? E se venisse a piovere?
Qualche cosa non sta andando come dovrebbe e la colpa, cominciano a pensare in diversi, è anche di Mr. Silvera, che non si preoccupa più di animarli, di tenerli su, e si distrae invece a guardare per conto suo delle cose che non interesano a nessuno: finestre dalle persiane ammuffite, portoni sbreccati, scalcinati muri da dietro i quali spuntano alberelli.
angusto: stretto.
mormorato: sussurrato.
scrutato: guardato con attenzione e curiosità.
incrostato: ricoperto di una crosta.
decente: dignitosa.
dissensi: disappunti, non essere d'accordo su qualcosa.
puntigliosamente: minuziosamente, in modo molto preciso.
lastra: piano di metallo.
auree: d'oro.
bengalesi: che vengono dal Bangladesh.
cingalesi: che vengono dallo Sri Lanka.
truffati: inbrogliati.
mugugno: brontolio, borbottio.
spallette: parapetti.
persiane: serramenti esterni delle finestre.
ammuffite: ricoperte di muffa.
sbreccati: scheggiati, rovinati, sul bordo.
scalcinati: senza intonaco, rovinati.
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