venerdì 29 gennaio 2010
Anonimo Veneziano
Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno (1970).
Enrico, un suonatore d'oboe alla Fenice che ha sempre sognato, invano, di diventare direttore d'orchestra, scopre di essere malato di cancro e decide di invitare la sua ex moglie,Valeria, a Venezia.
Lei si è rifatta una famiglia in un'altra città e in un primo momento diffida dell'ex marito, perchè pensa a un ricatto o ad una estorsione nei confronti del suo nuovo, ricco compagno.
Infine accetta e, vagabondando con Enrico per una Venezia disfatta, agonizzante, ripercorrendo i luoghi in cui vissero la loro unione, ritrova qualcosa della felicità di un tempo e si accorge d'amarlo ancora.
oboe: strumento musicale a fiato, simile al clarinetto.
diffida: non si fida, dubita di...
estorsione: costringere qualcuno a fare qualcosa con la forza, di solito a cedere denaro.
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James Bond a Venezia
Il famoso inseguimento della gondola di James Bond in Moonraker
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Casanova di Lasse Halstrom
Il Casanova di Lasse Halstromm
Ennesimo film sulla figura mitica di Casanova, è stato diretto da Lasse Hallström nel 2005 e presentato fuori concorso alla 62ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Giacomo Casanova (Heath Ledger) è un celebre seduttore. Esperto nei travestimenti, profondamente intelligente e furbo, ha la fama di non essere mai stato rifiutato da una donna finché un giorno conosce Francesca (Sienna Miller), la prima donna che sembra non corrisponderlo e che gli insegna il senso dell'attesa e la vera passione. Nella sfida più pericolosa della sua "carriera", in cui Casanova mette in gioco la sua reputazione e la sua stessa vita, capirà il vero significato e l'importanza dell'amore.
Nonostante sia stato girato interamente a Venezia, delle scene furono girate a Vicenza, precisamente nel Teatro Olimpico, il teatro del Rinascimento risaputo per la sua forzata prospettiva intricata del disegno scenico. Nella scena selezionata, Casanova sta scappando dall'Inquisizione, dal tetto di un palazzo a San Barnaba salta attraversa il canale e entra in quella che dovrebbe essere una finestra nell'Università di Venezia. L'Università di Venezia all'epoca non esisteva e la costruzione in cui salta è infatti il Teatro Olimpico di Vicenza.
"Durante Casanova abbiamo avuto acque alte storiche. Avevamo 500/600 persone da vestire ogni giorno, cominciavamo a mezzanotte e finivamo alle sei per essere pronti sul set quando arrivava la luce. Eravamo in 35 a lavorare solo per i costumi. La nostra base era alla Giudecca, dove avevamo a disposizione un intero piano di palazzo". C. Buyse, costumista
Ennesimo film sulla figura mitica di Casanova, è stato diretto da Lasse Hallström nel 2005 e presentato fuori concorso alla 62ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.
Giacomo Casanova (Heath Ledger) è un celebre seduttore. Esperto nei travestimenti, profondamente intelligente e furbo, ha la fama di non essere mai stato rifiutato da una donna finché un giorno conosce Francesca (Sienna Miller), la prima donna che sembra non corrisponderlo e che gli insegna il senso dell'attesa e la vera passione. Nella sfida più pericolosa della sua "carriera", in cui Casanova mette in gioco la sua reputazione e la sua stessa vita, capirà il vero significato e l'importanza dell'amore.
Nonostante sia stato girato interamente a Venezia, delle scene furono girate a Vicenza, precisamente nel Teatro Olimpico, il teatro del Rinascimento risaputo per la sua forzata prospettiva intricata del disegno scenico. Nella scena selezionata, Casanova sta scappando dall'Inquisizione, dal tetto di un palazzo a San Barnaba salta attraversa il canale e entra in quella che dovrebbe essere una finestra nell'Università di Venezia. L'Università di Venezia all'epoca non esisteva e la costruzione in cui salta è infatti il Teatro Olimpico di Vicenza.
"Durante Casanova abbiamo avuto acque alte storiche. Avevamo 500/600 persone da vestire ogni giorno, cominciavamo a mezzanotte e finivamo alle sei per essere pronti sul set quando arrivava la luce. Eravamo in 35 a lavorare solo per i costumi. La nostra base era alla Giudecca, dove avevamo a disposizione un intero piano di palazzo". C. Buyse, costumista
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Italiano per principianti di Lone Scherfig
Italiano per principianti è un film girato nel 2000 dalla regista danese Lone Scherfig. Alcuni personaggi di una piccola comunità della periferia di Copenaghen iniziano a frequentare un corso di italiano per principianti, per i più disparati motivi.
C'è il nuovo pastore, che sostituisce quello precedente, malato e cinico; c'è Jorgen Mortensen, un concierge d'albergo, impotente da anni, innamorato di Giulia, una cameriera italiana emigrata in Danimarca, la quale si iscriverà al corso di italiano, tra lo stupore degli altri, per poter stare vicina al timido Jorgen; una parrucchiera figlia di una madre alcolizzata; una pasticcera figlia di un padre padrone e geloso; un cameriere tifoso della Juventus.
Durante il corso i personaggi interagiscono in modo vivace e toccante, confrontandosi, dando luogo a storie d'amore e d'amicizia.
Infine, tutti partono per un viaggio a Venezia, e le varie storie giungono a maturazione.
Il film è girato con camera a spalla, senza scenografie, senza l'uso di luci non presenti nella scena, con audio in presa diretta. Il film rientra nel manifesto Dogma nonostante il ricorso al montaggio sia meno essenziale rispetto agli altri film del Decalogo, poiché viene rispettato il punto più importante, cioè la centralità degli attori, intorno ai quali è costruito Italiano per principianti.
In Italia, il film è distribuito in lingua originale con i sottotitoli in italiano, per mantenere l'interpretazione degli attori, e il loro italiano.
disparati: diversi
interagiscono: si relazionano
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giovedì 28 gennaio 2010
Wu Ming, Altai

Prologo
Costantinopoli, 23 giugno 1569
(8 Muharram 977)
Dalle stanze del palazzo non arrivano rumori. L’alito del Bosforo e il canto del muezzin accompagnano i viventi dentro la sera, verso una parvenza di quiete. Oltre le finestre aperte,
il cielo è un incendio di porpora e oro. Barche di pescatori si staccano dall’Asia e fluttuano sulla corrente di miele. Un pensiero cattura Gracia: i più grandi artisti del mondo – e ne ha conosciuti molti, quand’era in Europa – possono soltanto imitare la bellezza che ci ha dato il Signore; mai
potranno eguagliare tanta meraviglia. Ha alzato la penna dalla carta, ora tiene la mano a mezz’aria. Ha gli occhi chiusi e ascolta il canto. Allo spegnersi dell’ultima nota, sigla e sigilla la lettera, infine si rilascia contro lo schienale.
Dana la guarda, osserva lo scrittoio. Le lettere già sigillate, e quelle che attendono risposta. Sa che la Senyora è spossata. Non potrà passare la serata a scrivere, come fino a poco tempo fa. Le forze la abbandonano, e c’è ancora così tanto da fare. Tutti la interpellano, da una parte all’altra del Mediterraneo e dell’Europa. Esuli in fuga, ebrei perseguitati, mercanti sefarditi, rabbini ashkenazim.
– Aiutami, – dice Gracia. – Voglio alzarmi.
Dana la ammonisce: – Non dovreste stare in piedi, mia Senyora. Non dovreste nemmeno stare allo scrittoio. Dovreste riposare.
Dana lo sa, è la sua parte in commedia e la recita ogni sera. Donna Gracia ripeterà il comando, la cameriera obbedirà, la Senyora le metterà un braccio intorno alle spalle e farà qualche passo nella stanza, accogliendo con serenità lo scricchiolio delle giunture.
Lo specchio alla parete è coperto da un drappo verde. Da tempo Gracia ha abbandonato sfarzo e ostentazioni, ha rinunciato a rimirarsi, ma stasera scosta il drappo e guarda la propria immagine. Negli ultimi anni ha trascurato se stessa. Del suo corpo si prende cura Dana ogni mattina, con la massima attenzione.
Ha cinquantanove anni e sulla lastra vede il viso di una vecchia. Rughe ai lati degli occhi e della bocca, la pelle del collo rilassata e cadente, il naso affilato, i capelli d’argento opaco. Scruta le pieghe del viso, cerca la bambina che una notte ricevette un nome segreto, e il giorno dopo un battesimo cristiano per proteggerla dall’Inquisizione. Beatriz deLuna Miquez.
Nei propri occhi, Gracia cerca le luci e ombre dei vicoli di Lisbona, la casa dell’infanzia e della prima giovinezza, il piccolo Yossef che la chiamava «zia». Ricordi, la voce di sua madre, il racconto di come i Miquez fuggirono dalla Spagna. Sotto gli strati del tempo, nella curva delle sopracciglia,
c’è ancora la fanciulla che andò in sposa a Francisco Mendez, el Gran Judío, e troppo presto dovette seppellirlo, ritrovandosi con una figlia piccola e le immense finanze di famiglia da portare in salvo.
Questo è stata per gran parte della vita: una ricca vedova ebrea, in affari e in lotta con principi, re e imperatori, prima nei Paesi Bassi, poi a Venezia, infine a Costantinopoli. Nel volto della Senyora, Dana contempla quello di un’anziana regina, i cui sudditi devoti sono sparsi nel mondo, da un capo all’altro. Negli ultimi quindici anni si è impegnata a radunarli e farli stillare, una goccia dopo l’altra, entro i confini dell’impero ottomano. Come il pastore strappa dalla bocca del leone due zampe o il lobo d’un orecchio, così scamperanno gli israeliti. È il primo passo del progetto più ambizioso, che tra mille difficoltà prende forma laggiù, a Tiberiade, dove la Senyora vuole andare a morire.
Lo sguardo di Dana si sposta all’esterno, sul braccio di mare di fronte al palazzo. Si chiede se la lettera arriverà. Sa che è rivolta a un uomo lontano, la Senyora accenna a lui di tanto in tanto, con frasi dense di amore e compassione. Frasi da un passato di intimità.
Gracia lascia ricadere il drappo. La stanchezza la chiama, la reclama per trascinarla a sé, più a fondo e più lontano. Dana l’accompagna a letto e l’aiuta a stendersi, le sistema i cuscini dietro la schiena, le slaccia la veste, poi rimangono sedute, a guardare le onde e i vascelli di là dalla finestra.
– È tempo che io vada laggiù, – mormora Gracia con gli occhi socchiusi.
– Portatemi con voi, mia Senyora, – supplica Dana. Lei le accarezza il viso, prende una mano tra le sue.
– No, piccola mia. Tu devi restare accanto a Reyna. Tu devi vivere.
Poi fa un cenno con il mento e indica lo scrittoio.
– Prendi la lettera. Affidala a chi sai.
parvenza: ombra, traccia di qualcosa.
fluttuano: ondeggiano.
sigla: mette la firma.
si rilascia: si appoggia.
scrittoio: tavolo per scrivere.
spossata: molto stanca.
interpellano: interrogano.
esuli: coloro che scappano dal proprio paese, profughi.
ammonisce: rimprovera.
scricchiolio: rumore provocato da qualcosa che si sta rompendo.
drappo: tessuto.
sfarzo: ostentazione di lusso, di eleganza.
stillare: fare uscire un liquido goccia a goccia.
sepperllirlo: metterlo nella tomba, sotto terra.
finanze: risorse economiche.
vedova: donna che rimane senza marito.
slaccia: scioglie i lacci.
vascelli: grandi navi a vela.
cenno: piccolo gesto.
affidala: lasciala con fiducia a qualcuno che se ne prenda cura.
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martedì 26 gennaio 2010
Stabat Mater di Tiziano Scarpa, Vincitore del Premio Strega 2009

Cecilia, una ragazzina di sedici anni, vive con altre ragazze orfane come lei all'Ospedale della Pietà a Venezia. Di giorno suona il violino mentre di notte scrive lettere alla madre mai conosciuta.
Ma un giorno le cose iniziano a cambiare; arriva infatti all'orfanotrofio un nuovo maestro di violino e compositore, Antonio Vivaldi.
Un giorno, anni fa, stavamo giocando in cortile, quando la porta a vetri si è aperta ed è comparsa una signora. Era in compagnia di suor Amelia, una monaca giovane che era arrivata da poco all'Ospitale. La nostra compagna si chiamava Anastasia, me lo ricordo, non posso dimenticarlo, non me lo dimenticherò mai.
Suor Amelia aveva in mano una collanina, da cui pendeva una moneta tagliata a metà.
- Vieni qui, tesoro, - ha detto la signora sconosciuta alla nostra compagna.
Noi tutte abbiamo seguito Anastasia, eravamo cinque o sei bambine.
La signora ha tirato fuori da una manica un bracciale, da cui pendeva una mezza moneta simile a quella che teneva in mano suor Amelia.
Abbiamo visto da vicino le due metà che combaciavano perfettamente, la testa in rilievo sulla moneta che si ricomponeva, e i due monconi della scrittura che la contornavano, ANAS e TASIA, ritornavano uniti, quel nome tornava a brillare tutto intero come un'aureola intorno alla testa incisa in quella medaglia.
- Mamma! - ha detto la nostra compagna, saltando al collo della signora.
Non abbiamo mai più rivisto Anastasia né la signora, e nemmeno suor Amelia che, ho saputo poi, è stata rimproverata duramente per avere permesso che un ricongiungimento avvenisse davanti agli occhi di alcune bambine residenti nell'Ospitale. Per avere permesso che un ricongiungimento avvenisse anche davanti ai miei occhi.
Dopo quella volta ho capito come mai alcune bambine sparivano e non si rivedevano più all'Ospitale, pur non avendo malattie. C'erano anche quelle che venivano portate via quando si ammalavano, spesso non tornavano più, le seppellivano lontano dai nostri occhi. Ma certe altre uscivano dall'Ospitale perchè era venuta a prenderle la loro mamma, la loro salute.
comparsa: arrivata all'improvviso.
manica: parte della maglia o della giacca che copre le braccia.
combaciavano: aderivano perfettamente, coincidevano.
monconi: parti incomplete.
aureola: cerchio splendente posto attorno alla testa dei santi.
ricongiungimento: atto del ricongiungersi, ritornare assieme a una persona dopo tanto tempo.
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giovedì 14 gennaio 2010
Gianni Celati

Gianni Celati, Idee d’un narratore sul lieto fine
Il figlio d’un farmacista studiava all’estero. Alla morte del padre è tornato a casa per occuparsi della farmacia, diventando farmacista in un piccolo paese nei dintorni di Viadana, provincia di Mantova. La fama della sua sapienza s’era diffusa nelle campagne, attraverso voci che parlavano della sua immensa biblioteca, d’una sua prodigiosa cura contro il mal d’orecchi, d’un metodo nuovissimo per irrigare i campi, e delle dodici lingue parlate dal farmacista, il quale, tra l’altro, secondo le voci stava traducendo in tedesco la Divina Commedia. Il proprietario d’un caseificio nei paraggi ha deciso di stipendiare l’ormai maturo studioso perché si occupasse dell’educazione liceale di sua figlia; quest’ultima infatti, essendo un’ardente sportiva, andava male a scuola e inoltre detestava i libri, il latino e la buona prosa in lingua italiana. Più che altro per passione allo studio e non per necessità di denaro, il farmacista accettava, e per un’intera estate si recava ogni giorno a far lezione alla giovane atleta. E un giorno è accaduto che la giovane atleta s’è innamorata di lui, al punto da abbandonare ogni attività sportiva e mettersi a scrivere poesie, versi in latino e naturalmente lunghe lettere. Qualcuno parla ancora d’una macchina acquistata dal farmacista per l’occasione, di lunghe scorribande dei due per le campagne, e addirittura di convegni notturni in una stalla. Ad ogni modo, la prova dei rapporti amorosi tra i due, nell’ultimo scorcio dell’estate, veniva alla luce solo nell’inverno successivo, quando un pacco di lettere era requisito alla ragazza dalle suore del suo collegio, e debitamente trasmesso ai genitori. Il contenuto di quelle lettere appariva tanto rivoltante agli occhi del proprietario del caseificio, che costui decideva di rovinare il farmacista e di cacciarlo per sempre dal paese. I fratelli della ragazza, allora appartenenti alle squadre fasciste, devastavano più volte la farmacia sulla piazza del paese, e una volta bastonavano duramente il suo proprietario. Tuttavia questi fatti non sembra abbiano preoccupato molto il farmacista. Per un certo periodo egli continuava a ricevere i clienti nella farmacia devastata, tra vetri rotti, scaffali demoliti, vasi fracassati; poi un bel giorno ha chiuso bottega e s’è ritirato tra i suoi libri, senza più uscire di casa se non occasionalmente. Tutto il paese lo sapeva immerso nei suoi studi, e lo vedeva di tanto in tanto passare sulla piazza sorridente, diretto all’ufficio postale per ritirare nuovi libri che gli erano arrivati. In seguito è stato ricoverato all’ospedale e di qui trasferito in un sanatorio. Restava per lunghi anni nel sanatorio e nessuno sapeva più niente di lui. Al ritorno dal sanatorio il vecchio studioso era magrissimo. Un’anziana donna di servizio che era tornata a prendersi cura di lui, si lamentava con tutti perché lui non voleva mai mangiare: diceva che mangiare non gli piaceva e restava tutto il giorno tra i suoi libri. Sempre più magro l’uomo usciva di casa molto raramente e mostrava di non riconoscere più nessuno in paese, nemmeno la figlia del defunto proprietario del caseificio, incontrata qualche volta sulla piazza. Però sorrideva a tutti, e si dice che salutasse i cani che vedeva levandosi il cappello. Avendo evidentemente smesso del tutto di nutrirsi dopo la morte dell’anziana donna di servizio, e prolungato il digiuno per settimane, quando veniva ritrovato morto nella sua biblioteca (da un idraulico) era già identico a uno scheletro: di lui restava solo pelle incartapecorita attaccata alle ossa. Era chino sull’ultima pagina d’un libro, dove stava applicando una striscia di carta. Anni dopo la sua grande biblioteca veniva assegnata in eredità a una nipote, e questa frugando tra i libri ha creduto di capire come il vecchio studioso avesse trascorso l’ultima parte della sua vita. Per quest’uomo tutti i racconti, i romanzi, i poemi epici dovevano andare a finir bene. Evidentemente non tollerava le conclusioni tragiche, le conclusioni melanconiche o deprimenti d’una storia. Perciò nel corso degli anni s’era dedicato a riscrivere il finale d’un centinaio di libri in tutte le lingue; inserendo nei punti riscritti dei foglietti o strisce di carta, ne trasformava le conclusioni, portandole sempre ad un lieto fine. Molti dei suoi ultimi giorni di vita devono essere stati consacrati alla riscrittura dell’ottavo capitolo della terza parte di Madame Bovary, quello in cui Emma muore. Nella nuova versione Emma guarisce e si riconcilia col marito. L’ultimissimo suo lavoro è però quella striscia di carta che aveva tra le dita e che, già ormai morto di fame, stava applicando sull’ultima riga d’un romanzo russo in traduzione francese. Questo è forse anche il suo lavoro più perfetto; qui, cambiando solo tre parole, ha trasformato una tragedia in una buona soluzione di vita.
irrigare: bagnare la tera
caseificio: luogo di produzione del formaggio
stalla: ricovero per animali
debitamente: appositamente
rivoltante: disgustoso
fracassati: rotti
sanatorio: luogo di cura
incartapecorita: secca, raggrinzita
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